Home News Festa di Scienza e Filosofia 2013 Le dichiarazioni dei referenti scientifici

Le dichiarazioni dei referenti scientifici

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Le motivazioni e il significato della proposta culturale della Festa di Scienza e Filosofia di Foligno

di Silvano Tagliagambe

Vittorio Gallese, componente dell’équipe dell’Università di Parma, coordinata da Giacomo Rizzolatti, alla quale si deve la scoperta dei neuroni specchio, ha di recente e in modo efficace precisato cosa è corretto intendere quando si dice che un ricercatore ha il compito di “fare bene il proprio mestiere”. Nel caso del tema dell’intersoggettività, che è uno delle questioni cruciali affrontati dalle neuroscienze, fare bene il proprio mestiere significa capire che un simile problema non può essere affrontato e risolto in modo univoco né dalle neuroscienze, né dalla psicologia o dalla sola filosofia, ma richiede invece un approccio multidisciplinare. Per questo è necessario creare tra queste discipline occasioni di confronto e di dialogo, volte soprattutto a sviluppare per quanto possibile un linguaggio comune, in modo che questo dialogo possa non solo continuare, ma crescere ed espandersi ulteriormente. A suo parere non servono perciò accademici affacciati in modo compiaciuto ed appagato alle finestre dei propri angusti settori scientifico-disciplinari, ma ricercatori curiosi di esplorare nuovi territori, collaborando strettamente tra loro e traendo ispirazione anche da discipline che hanno sistemi concettuali e linguistici differenti sul medesimo campo d’indagine.

Questo è profondamente vero non solo per le neuroscienze, ma per tutte le discipline scientifiche. A Foligno, nell’ambito della Festa di scienza e filosofia, si è scelto quest’anno come terreno comune di confronto tra esponenti di diverse matrici disciplinari la ricerca nel campo della fisica delle particelle elementari. Lo si è fatto per precise ragioni di carattere teorico e pratico.

In primo luogo perché questo è l’ambito nel quale si cercano risposte alle domande che il pensiero filosofico e scientifico si è posto da sempre: che cos’è la materia, quali sono le diverse forme in cui si presenta, qual è la relazione tra materia ed energia. Oggi la fisica delle particelle elementari, con i suoi impressionanti sviluppi, ha permesso di riformulare questi grandi enigmi ponendo alcuni punti fermi che ne accrescono il fascino ma anche il mistero. Sulla base dei risultati delle esplorazioni spaziali si è infatti giunti ad appurare che un quarto dell’universo è fatto di particelle di cui non sappiamo niente e che non abbiamo mai osservato sul nostro pianeta, di una forma di materia che non conosciamo e che non interagisce con i nostri strumenti e che per questo chiamiamo “oscura”. Il 70% è fatto di un’energia, anch’essa oscura, che è una forma repulsiva che fa espandere l’universo a un tasso d’espansione superiore alle attese. Se ne ricava, di conseguenza, che noi conosciamo solo il 5% del contenuto dell’universo, fatto della materia ordinaria con la quale abbiamo usualmente a che fare, degli atomi e delle particelle elementari che stiamo studiando in modo sempre più efficace grazie all’uso di tecnologie potenti quali gli acceleratori.

Il quadro generale che sta così emergendo impone un atteggiamento di grande umiltà e consapevolezza dei limiti della nostra conoscenza, che mette in risalto la funzione del pensiero critico, pienamente consapevole della difficoltà dei compiti da affrontare e dell’esigenza di porsi di fronte a essi con curiosità e creatività, ma anche con rigore e cautela, ed esclude ogni anacronistico trionfalismo della ragione e ogni pretesa di raggiungere una verità assoluta e irrevocabile.

Sul piano della “ragion pratica” la fisica delle particelle elementari pone al centro dell’attenzione la questione degli ingenti costi della ricerca e dell’uso responsabile delle risorse. Di fronte a cifre come i sei miliardi di franchi svizzeri impiegati per finanziare il progetto LHC (Large Hadron Collider, Grande collisore di adroni), l’acceleratore di particelle situato presso il CERN di Ginevra, necessario per portare avanti la ricerca, molti si chiedono se  valga veramente la pena sostenere spese tanto ingenti per la ricerca di base e per rispondere a questioni puramente teoriche. La risposta sta nel fatto che le questioni affrontate, oltre al loro indubitabile significato e valore intrinseco e all’enorme contributo che forniscono alla crescita della conoscenza, che è un bene irrinunciabile per l’uomo, non sono soltanto teoriche e astratte, se è vero (come lo è in maniera documentabile) che dei 30.000 acceleratori di particelle oggi disponibili nel mondo ben 17.000 sono utilizzati in campo medico, per la terapia contro i tumori, e quindi per finalità riguardanti il benessere collettivo dell’umanità. Inoltre proprio le tecniche su strumenti sviluppati nella fisica delle particelle elementari hanno permesso di mettere a punto i sistemi di diagnostica PET, tomografia a emissione di positroni, utilizzata per la produzione di bioimmagini, che fornisce informazioni di tipo fisiologico indispensabili per la medicina, in quanto permette di ottenere mappe dei processi funzionali all’interno del corpo.

L’utilità delle ricerche nel campo della fisica delle particelle elementari, e quindi anche delle risorse finanziarie impiegate, è dunque fuori discussione. La domanda giusta da porsi, di conseguenza, non è se destinare a essa i finanziamenti necessari, ma come impiegarli nel modo migliore, raggiungendo un equilibrio ottimale tra le esigenze dell’avanzamento della conoscenza, i limiti delle tecnologie oggi disponibili per portare avanti la ricerca e i vincoli costituiti dalla disponibilità di risorse finanziarie che non possono, ovviamente, essere illimitate e vanno utilizzate nel modo migliore. Ed è su questo specifico aspetto che l’opinione pubblica ha il diritto di far sentire la sua voce e di essere informata in modo adeguato e corretto.

Interessanti, a questo proposito, sono le conclusioni del Rapporto presentato nel 2007 su mandato della Commissione Europea, frutto del lavoro di un Gruppo di esperti,  coordinato da Brian Wynne e Ulrike Felt[1]. In esso si sottolinea come sia in atto una vera e propria «reinvenzione» dell’innovazione, in virtù della quale quest’ultima sta cominciando a diventare un processo distribuito, che coinvolge una molteplicità crescente di attori. “Nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, la scienza, la tecnologia e le policy dell’innovazione sono state elaborate a partire da un modello lineare – dalla ‘scienza’ alla tecnologia, al ‘progresso sociale’ –  che rappresenta solo uno dei possibili modelli di innovazione; e ciò è ancora riscontrabile nell’obiettivo di voler creare una società della conoscenza attraverso un incremento degli investimenti in R&S. Gli schemi attuali di innovazione, tuttavia, sono più complessi e sono dotati di meccanismi di feed-back. In tali modelli i processi innovativi sono indotti dagli utenti, e gli sviluppi sociali, più degli sviluppi tecnologici, rappresentano l’elemento trainante”[2].

Quello che si sostiene esplicitamente con questa posizione è che le relazioni tra innovazione, crescita economica e sviluppo sociale sono più sottili e complesse di quanto spesso si tende a pensare. Per poter diventare motore della crescita l’innovazione deve radicarsi nella società, diffondersi capillarmente, diventare aperta e distribuita, incarnarsi in un nuovo modello che stimoli la partecipazione degli attori sociali e favorisca la creazione di forme di «ibridazione», nelle quali scienza, tecnologia, economia e democrazia dissodino il terreno per la parte che a ciascuna di esse compete. La scienza affrontando e risolvendo il problema della scoperta, vale a dire di ciò che non è ancora noto; la tecnologia ponendosi la questione del raccordo tra «sapere» e «potere», dove quest’ultimo termine va inteso non nell’accezione politica usuale, ma in quella di «essere in condizione» di fare, di passare al piano delle applicazioni e delle realizzazioni, delle traduzioni operative di ciò che si sa; l’economia misurandosi con la sfida del rischio, dell’incognita della risposta del mercato; e infine (last but not least), la democrazia come «clima generale» e insieme di istituzioni capaci di dar vita a tipologie di ricerca e sperimentazione collettive, che siano l’espressione di nuove modalità di interazione tra ricercatori e altri attori. Proprio questo è l’auspicio che emerge in modo esplicito dal Rapporto di cui stiamo parlando. Noi crediamo“ si legge infatti in esso, “che una vivace società europea della conoscenza debba essere costruita nel lungo termine sulla sperimentazione collettiva. Le promesse tecnologiche possono – e devono – esservi incorporate, ma esse devono fornire sostegno, non pretendere la guida”[3]. Il collegamento tra scienza e democrazia, del resto, è tutt’altro che inedito. Come viene ricordato nello stesso Rapporto tra i tanti fattori che sono all’origine e alla base della nascita della scienza moderna vi è certamente anche la contrapposizione tra il Leviatano dittatoriale di Hobbes, il modello di autorità politica in assoluto più antidemocratico, e la visione dell’incipiente rivoluzione scientifica, che era parte di una concezione più ampiamente rivoluzionaria, che tendeva a costruire l’ordine e l’autorità attraverso il calcolo e la dimostrazione, da un lato, e l’osservazione e la sperimentazione, dall’altro, e dove queste ultime erano disciplinate e orchestrate – ma testimoniate in modo collettivo e credibile – dall’oggettività delle leggi di natura. “Storicamente, quindi, la nascita della scienza europea è collegata al sorgere della democrazia europea”[4].

Lo spettro di problemi riguardanti la ricerca scientifica, il pensiero filosofico, l’innovazione tecnologica, la partecipazione democratica dei cittadini a scelte impegnative riguardanti la destinazione e l’uso delle sempre più scarse risorse disponibili e l’interazione tra tutti questi aspetti, che oggi la fisica delle particelle elementari pone al centro dell’attenzione, giustifica ampiamente la scelta di questo contesto teorico come filo conduttore e oggetto del confronto tra scienziati di diverse matrici disciplinari, filosofi, storici della scienza, sociologi e metodologi della ricerca scientifica che si svolgerà quest’anno a Foligno.

La proposta degli organizzatori della Festa di scienza e di Filosofia va quindi considerata un evento di grande rilievo e presso che unico nel panorama delle iniziative culturali del nostro paese ,anche per lo spessore e l’autorevolezza dei partecipanti.


[1] Wynne B., Felt U. (2007), Taking European knowledge Society Seriously, by the Office for Official Publications of the European Communities, tr. it. Di Mariachiara Tallacchini, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008.

[2] Ibidem, p. 38.

[3] Ibidem, p. 51.

[4] Ibidem, p. 141.

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