Home News Festa di Scienza e Filosofia 2014 In principio fu…l’idea di Dio

In principio fu…l’idea di Dio

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di Luca Pani

Migliaia i credi religiosi che hanno affollato da sempre la storia dell’umanità. Come sono nati? Sono solo il frutto della creatività della mente o c’è qualcosa di più? Di sicuro ogni popolazione ha creato miti, espressione della proiezione delle proprie componenti culturali e sociali, un caleidoscopico panorama di credenze e di Dei, molto diversi gli uni dagli altri.

Ma aldilà delle differenze viene da pensare che queste espressioni umane, così pervasive e diffuse dei singoli credo religiosi, nascondano una radice comune, una caratteristica intrinseca nei processi neuro-evolutivi dell’uomo. Può bastare una singola mutazione a livello del gene VMAT2 come ipotizzato nella “God gene hypothesis” dal genetista Dean Hamer a predisporre gli uomini alla spiritualità o all’esperienza mistica?

Quale sia il significato e il fine di quel processo evoluzionistico del sistema cognitivo che ad ogni longitudine e latitudine del mondo, anche nelle zone più remote e isolate, ha dato luogo a quella “scintilla”, a quel pensiero astratto che è divenuto spirituale è ben altra cosa.

Comprenderne le ragioni è un po’ come chiedere alla “materia” di autodefinirsi. Molte le correnti di pensiero e le teorie come quella, tra le tante, di alcuni studiosi che ritengono che le credenze religiose siano “sottoprodotti” naturali di sistemi cognitivi che si sono sviluppati per ragioni adattative iniziali differenti tra loro. Tale processo già intuito da Darwin è noto come exaptation e prevederebbe che comportamenti evolutisi in determinati contesti selettivi, siano poi stati riutilizzati per nuove funzioni al mutare delle condizioni.  Altri ritengono che i processi dello sviluppo cognitivo umano costituiscano il precursore naturale, in grado di produrre i concetti religiosi in tutti gli individui, salvo poi declinarli nelle singole religioni specifiche (politeiste, monoteiste, animiste etc.).

Lo psicologo Paul Bloom ritiene invece che lo sviluppo cognitivo ci renderebbe soltanto ricettivi nei confronti della religiosità, ma non in grado di generarla autonomamente, in assenza di apporti culturali.

Molte ricerche invece si sono preoccupate di indagare quale ruolo svolgano, nelle manifestazioni dell’esperienza religiosa, i sistemi neurotrasmettitoriali della dopamina delle zone ventromediali del cervello. Da ciò deriva l’evidenza che alcune condizioni cliniche legate a una disfunzione dopaminergica (es. manie, disordini ossessivo-compulsivi, schizofrenia ed epilessia del lobo temporale) sembrano associate a forme di iper-religiosità e misticismo. Anche il sistema serotoninergico sembrerebbe avere un ruolo, dal momento che sostanze che ne modulano l’attività, come l’LSD, la mescalina, la psilocibina e l’ecstasy, possono produrre esperienze assimilabili a quelle di tipo religioso/spirituali e sciamaniche.

In seguito alla valutazione dei risultati del test “temperament and character inventory” alcuni ricercatori hanno evidenziato che il numero di recettori 5-HT1A per la serotonina, risulta inversamente correlato alla predisposizione e all’attitudine alla spiritualità. Uno studio appena pubblicato su Jama Psychiatry nel 2014 riporta una riduzione del 90% del rischio di depressione maggiore, valutata prospetticamente, in discendenti ormai adulti di genitori depressi nel caso in cui la sfera religiosa e spirituale assumessero una grande importanza. Tale evidenza verrebbe supportata da studi di brain imaging da cui si rileva nei soggetti con forte religiosità, un ispessimento della corteccia cerebrale a livello delle aree parietali destra e sinistra e di quella occipitale, che compenserebbe il fenomeno di assottigliamento riscontrato nei soggetti con depressione maggiore.

In effetti il “brain imaging” insieme alla misurazione di parametri fisiologici, strumenti statistici, EEG, analisi del sangue consente di analizzare i tratti in comune delle differenti tradizioni di preghiera e/o meditative, prescindendo dal diverso significato che ogni cultura religiosa o meno, attribuisce al termine “meditazione”  rivelandoci che le esperienze mistiche e meditative verrebbero associate alla ridotta attività dei lobi parietali e che a seconda della diversa valenza meditativa, verrebbero attivate aree cerebrali connesse al linguaggio nella tradizione Giudaico-Cristiana e alla visione nella pratica Buddista, ma in generale rivelando i benefici di queste pratiche antiche e moderne.

Che la meditazione producesse evidenti cambiamenti nei meccanismi cerebrali favorendo l’attenzione e la consapevolezza, era già noto dalle origini, la radice antica della parola contiene infatti il termine latino medeor che ritroviamo anche in rimedio.

Sebbene suoni ancora strano l’applicazione di tecniche diagnostiche alla sfera metafisica della contemplazione, si può attestare con certezza il superamento della visione dicotomica illuminista che assegnava alla scienza lo studio quantitativo delle leggi fisiche della materia e alla religione/spiritualità il dominio della soggettività e dell’esperienza qualitativa, tutte cose non misurabili e non riproducibili.

Il 1983 è l’anno in cui il neuroscienziato francese Francisco Varela e il Dalai Lama si incontrano e da cui è scaturito un dialogo tra scienziati di fama mondiale e rappresentanti dell’universo religioso e spirituale, che ha portato al primo Simposio internazionale di Denver del 2013, dedicato allo studio delle “scienze contemplative” cui hanno partecipato numerosi neuroscienziati, psicologi, clinici ed esperti di meditazione.

E’ forse dall’incontro tra scienza e spiritualità che potrà dischiudersi uno nuovo e straordinario percorso di ricerca che presenta tutti i presupposti per portare a nuove scoperte di frontiera, in quell’area non ancora indagata dalla scienza tra materia ed energia, tra mente e coscienza, in una nuova visione che potrebbe ridefinire il concetto stesso di salute e malattia.