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Alla ricerca dei bambini rubati: storie di nonne, dittatori e DNA

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di Giovanni Sabato

Giovanni Sabato
Giovanni Sabato

«È inutile che continui a guardarmi: ho dieci dita, come tutti!». Così Ignacio Guido prende in giro la nonna Estela, che da quando lo ha ritrovato continua a cercare nei lineamenti del nipote i tratti di sua figlia, Laura. E non soddisfatta dal viso, ne scruta insistente le mani di giovane musicista. Ma con scarso successo. «Non ricorda per niente la madre, è tale e quale al padre!» conclude un po’ sconsolata.

Non è una banale scenetta familiare, ma molto di più: è il culmine di 36 anni di ricerche, di lotte, di impegno civile, e di lavoro assiduo di un gruppo di scienziati. Perché i protagonisti non sono una famiglia qualsiasi. Estela Carlotto è la presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, le nonne argentine che da quasi quarant’anni cercano i nipoti rubati loro dalla dittatura militare alla fine degli anni ‘70. E grazie a queste ricerche, e a questi scienziati, lo scorso agosto Estela, a 83 anni, è stata la 114a nonna a poter riabbracciare il nipote, il musicista ormai 36enne Ignacio Guido.

Quando i militari rapivano e uccidevano gli oppositori – i famosi desaparecidos – se i loro figli erano molto piccoli spesso venivano anch’essi rapiti e consegnati a famiglie legate al regime, che li allevavano sotto falsa identità come figli propri. O se le donne rapite erano incinte, venivano uccise solo dopo il parto, e il neonato aveva lo stesso destino. Quando le loro nonne se ne resero conto, iniziarono a cercarli. Ma come smentire i documenti falsi e dimostrare che erano i loro nipoti? All’epoca i test di paternità iniziavano appena a comparire. E comunque i genitori di questi bambini erano morti.

Dopo molte peregrinazioni, le nonne trovarono un pugno di genetisti e altri scienziati disposte ad aiutarle, che misero a punto il primo «test di nonnità». E poi, tornata la democrazia, le aiutarono ad allestire la prima banca dei dati genetici, a far valere le loro ragioni nei processi, e a perfezionare man mano i test approfittando dei progressi tecnologici nello studio del DNA, per rispondere alle nuove esigenze che emergevano nella società.

Tra discussioni sul benessere dei bambini e riflessioni sul concetto di identità, la ricerca prosegue tuttora, anche in Italia, dove si sospetta siano finiti alcuni dei giovani rapiti. Finora il lavoro delle nonne e degli scienziati ha permesso di ritrovare 115 dei 500 nipoti scomparsi. Ma il suo valore è andato molto oltre, interessando l’intera società argentina: è stato anche uno strumento decisivo per salvaguardare la verità storica, mantenendo viva una pagina che molti volevano cancellare, e per ottenere giustizia.