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La cultura salverà il mondo

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la cultura salverà il mondo

di Diego Fusaro

Diego Fusaro
Diego Fusaro

Da alcuni anni a questa parte, stiamo assistendo alla distruzione pianificata del liceo e dell’università: ciò avviene tramite quelle riforme interscambiabili di governi di destra e di sinistra che, smantellando le acquisizioni della riforma della scuola di Gentile del 1923, hanno conformato – sempre in nome del progresso e del superamento delle antiquate forme borghesi – l’istruzione al paradigma dell’azienda e dell’impresa (debiti e crediti, presidi managers, informatica e inglese in luogo del latino e del greco, e mille altre amenità coerenti con la ristrutturazione capitalistica della scuola).
Per questo, nell’attuale „regno animale dello spirito“ (Hegel), sembra non esservi spazio per la pratica veritativa della filosofia e, più in generale, per ogni tentativo di pensare autonomamente con la propria testa. Lo si evince, oltre tutto, dalle reazioni del potere. Esso non ricorre alla violenza diretta contro il dissidio. Semplicemente, si avvale della violenza nella sua forma economica, silenziosa e invisibile: rimuove i mezzi di sostentamento necessari per la ricerca e l’esercizio della critica e, insieme, non si assume la responsabilità per queste scelte chiaramente politiche, demandandola alla volontà impersonale del mercato.
I continui tagli dei finanziamenti destinati alla cultura rispondono essi stessi a un programma politico opportunamente mascherato dietro le leggi anonime dell’economia. Il silenziamento di ogni prospettiva critica viene oggi ottenuto non più tramite il ricorso alla violenza nelle sue forme dirette e plateali, dal rogo di Bruno e di Vanini alle torture dei non ortodossi di ogni tempo, bensì tramite la rimozione delle risorse necessarie per sopravvivere.
Accanto alla violenza economica e alle scelte politiche occultate dietro la maschera del mercato, non deve neppure essere sottovalutato il fattore ideologico, in forza del quale la dittatura della pubblicità demonizza la filosofia. Così i giovani sono, fin dalla tenera età, invitati a dedicarsi, nei loro percorsi formativi, a discipline direttamente interne ai letali circuiti del do ut des mercatistico (l’economia, il marketing, la finanza, ecc.) o, comunque, alleate di quel movimento, oggi egemonico, di burocratizzazione dello spirito che rende gli individui passivi e puramente operativi, meri ingranaggi della riproduzione sistemica.
Contro questo processo, la cultura deve oggi più che mai prendere posizione: deve farlo riscoprendo il senso della dissidenza e dell’indocilità ragionata, di modo che lo “spirito di scissione” (Gramsci) torni a costituire una prassi condivisa in grado di porre in essere un nuovo campo di lotta per attuare la gramsciana “riforma intellettuale e morale” e creare un’egemonia alternativa rispetto a quella, sempre più opprimente, del pensiero unico planetario. La rivoluzione deve essere, anzitutto, di ordine culturale, tesa a produrre un nuovo fronte comune dell’opposizione ragionata all’omologazione di massa della civiltà dei consumi.