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L’equilibrio dell’individuo e la relazione mente-cervello

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di David Lazzari

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David Lazzari

Come Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Regione Umbria per me è un onore e un piacere poter dare un mio contributo alla “V Festa di Scienze e Filosofia”, una manifestazione che ha acquisito negli anni un elevato prestigio scientifico e culturale a livello nazionale e locale, sia per l’elevata qualità e quantità dei relatori coinvolti sia per gli argomenti trattati. Tale appuntamento sicuramente rappresenta un contributo notevole per la crescita culturale, etica e scientifica della nostra comunità.

Leggendo il vasto programma, anche quest’anno ho avuto modo di apprezzare la scelta delle aree tematiche e il loro significato all’interno di un contesto sociale in continua trasformazione, in cui lo sviluppo tecnologico e scientifico assume sempre più un ruolo importante nel condizionare l’evoluzione dell’essere umano, anche dal punto di vista culturale e delle sue capacità mentali; questa situazione comporta dei momenti di entusiasmo ma anche di crisi che bisogna comprendere per affrontare tale trasformazione in modo serio ed efficace, sapendo valutare, distinguere e utilizzare adeguatamente le informazioni e le innovazioni in modo da favorire il benessere dell’individuo e della comunità.

In particolare, in questa sede, desidero dare il mio contributo sulla relazione mente – cervello in base ai più recenti studi psicologici sull’argomento, ringraziando i responsabili della manifestazione per l’opportunità che mi è concessa. In estrema sintesi si potrebbe definire la mente come l’espressione delle attività cerebrali in seguito alla relazione fra individuo e ambiente (esterno e interno). Dunque il cervello come organo della mente. Ogni individuo ci appare come un sistema che “negozia” continuamente il suo equilibrio adattativo in modo più o meno funzionale ed efficace, in base alle sue risorse: pensiamo alle scelte esistenziali, agli obiettivi e alle strategie, alla capacità di previsione e di reazione, alla costruzione di relazioni, legami affettivi e alleanze, e così via.

Esiste un profondo rapporto tra l’organizzazione psicobiologia dell’individuo, le sue relazioni con gli altri, il contesto (creazione, mantenimento, cambiamento degli equilibri personali e con il contesto, la nostra percezione della realtà, ciò che guida i nostri atteggiamenti e comportamenti) e lo stato di benessere e salute psicofisica. E’ la perdita degli equilibri, quella che si definisce “fatica adattativa” che, producendo maggiore stress, fa saltare i rapporti costi-benefici nell’adattamento.

3d rendered illustration of the human brain anatomyQuesti percorsi di vita si intrecciano con i processi fisiologici dell’organismo (cervello in primis) e comportano una progressiva disregolazione, alterazioni funzionali e quindi strutturali, cioè spostano l’ago dalla salute alla malattia. Non è un organo o un apparato del corpo (es. cuore, fegato, reni, ecc.) che si ammala, ma è la persona che perde quote di salute e si ammala progressivamente (anche se le manifestazioni più significative della malattia possono avvenire dopo molto tempo); la malattia è sempre dell’individuo anche se si manifesta in un distretto specifico, il sintomo è il segnale di un malessere generale della persona. Ai fini del nostro discorso ci interessa ora sapere quale ruolo svolgono la dimensione mentale e il cervello in tutto questo.

Per inquadrare la dimensione mentale Daniel Siegel, un noto neuro scienziato che definisce il suo campo di ricerca “neurobiologia interpersonale”, ha utilizzato la metafora dell’orchestra: le attività mentali emergono da processi neurali di attivazione multipla, dai loro flussi e dai ritmi temporali, creando una musica complessiva che sintetizza e va al di là degli strumenti e degli orchestrali, del suo direttore, dello spartito, del pubblico e del contesto, ma si basa su tutto questo.

Il processo si basa su una costante retroazione tra livello dell’orchestra (cervello), della musica (mente) e del contesto. La mente è incorporata nell’ambito della fisiologia dell’organismo ed immersa nel contesto relazionale esterno. L’omeostasi, concetto che si riferisce alla capacità dei sistemi viventi di autoregolarsi per mantenere equilibri interni e con il contesto necessari per la vita, è legata alla mente perché quest’ultima – in relazione al suo grado di sviluppo nella scala dei viventi – ha ampliato di molto la flessibilità dei processi e le opzioni disponibili.

Agli automatismi, alle scale temporali brevi, si sono potuti sostituire opzioni basate sulle possibilità di gestire cognitivamente le emozioni, le scelte, le diverse opzioni, al punto che Damasio parla di “omeostasi socio-culturale”. L’essere umano, come individuo sociale e immerso in una cultura, è chiamato a regolare gli equilibri non solo nelle basilari esigenze biologiche, ma anche nelle esigenze socio-culturali che dalle prime sono scaturite evolutivamente: queste esigenze non si escludono ma si intrecciano in vario modo e la dimensione mentale ne rappresenta il terreno di sintesi e la sede della regolazione integrata.

Una visione questa che coincide con quella di Siegel, il quale – utilizzando una diversa sintesi ma con gli stessi risultati – afferma che aspetto essenziale della mente è quello di essere “un processo corporeo e relazionale che regola il flusso dell’energia e dell’informazione”. Damasio parla di “mente indipendente e ribelle” per sottolineare come la mente, pur emergendo dal cervello, è dotata di regole sue specifiche ed è in grado di retroagire sui circuiti neurali, così come di “ribellarsi” ai meri vincoli della sopravvivenza, sottolineando che – come tutte le cose – questa conquista ha aperto grandi prospettive (la cultura, la civiltà, la scienza, la tecnologia), ma ci ha consegnato anche rischi e nuove fragilità.

cervello2Accogliendo queste definizioni si assegna alla mente, o potremmo estensivamente dire al sistema “cervello-mente”, una funzione di regolazione generale rispetto alla vita e ai processi adattativi. Che ciò accada è dimostrato da molte ricerche che ci fanno vedere come il rapporto tra ciò che avviene fuori di noi e ciò che accade nel nostro organismo è mediato dalle nostre caratteristiche psicologiche. Queste fanno la differenza nel “carico allostatico” (cioè nei livelli biologici di stress nell’organismo) rispetto a situazioni esterne analoghe vissute dagli individui, ovvero la mente media tra ciò che accade fuori di noi e ciò che accade nel nostro corpo.

Focalizzando l’attenzione sul nostro cervello, invece, le ricerche che hanno utilizzato un approccio integrato tra neuroscienze e psicologia (unendo l’osservazione dell’attività cerebrale con tecniche di imaging con la valutazione di attività e performance cognitive) hanno mostrato che: i circuiti neurali che supportano la cognizione e le emozioni, pur essendo specifici, risultano integrati; le attività mentali sono il frutto del lavoro sinergico di diverse aree e strutture cerebrali, che risultano in genere specializzate nel fornire contributi specifici alla concertazione generale; i due emisferi cerebrali supportano attività diverse e complementari; esiste una progressione dal basso verso l’alto delle funzioni neurali (dal tronco cerebrale alle cortecce) che risente dei progressi evolutivi, dove le nuove strutture si sono sovrapposte, senza eliminarle, alle strutture più antiche.

Il SNC è caratterizzato da importanti vie di integrazione che “emergono” dentro la fitta rete dei collegamenti per una più densa connettività: l’emisfero sinistro, la corteccia prefrontale dorso laterale e l’ippocampo supportano soprattutto le funzioni coscienti, razionali e basate sul linguaggio, mentre l’emisfero destro, la corteccia prefrontale orbito – mediale e l’amigdala supportano prevalentemente le funzioni non coscienti, emotive e somatiche. La ricerca sui circuiti e i processi che supportano le attività mentali fondamentali (comprensione di sé stessi, degli altri, il controllo di sé e l’interfaccia tra l’individuo e gli altri) ha messo in luce una distinzione tra processi sostanzialmente automatici e processi basati sul controllo, che contribuiscono in modo diverso alle funzioni della mente e del comportamento.

In generale la letteratura scientifica pone l’enfasi su questa distinzione che, a seconda degli autori, ha diverse denominazioni (lo psicologo premio Nobel Daniel Kahneman ad es. li denomina “sistema 1 e 2”, che supportano pensieri veloci e lenti). Al di là delle diverse semplificazioni quello che è importante sottolineare è il diverso ruolo e contributo alla soggettività, al comportamento e, in generale, all’adattamento umano di questi diversi circuiti. Come si può intuire, infatti, una buona organizzazione ed un buon funzionamento dipendono dalla efficace integrazione tra questi due modi di lavorare dell’organismo che rispondono ad esigenze evolutive e bisogni diversi (la reattività immediata, non meditata e quindi più grossolana, ed un comportamento più consapevole e programmato).

cervello3Non casualmente le strutture che supportano il comportamento più immediato ed istintivo sono più antiche e collocate più in basso nel SNC, mentre quelle che supportano funzioni più evolute sono frutto di evoluzioni successive e quindi risultano sovrapposte alle altre. Questa suddivisione non deve però far pensare a compartimenti separati, rigidi, che agiscono in alternativa l’uno con l’altro: le neuroscienze ci offrono oggi un modello molto più integrato, dove i diversi circuiti e funzioni risultano collegati ed interagenti. La sintesi è ciò che noi siamo, pensiamo e facciamo: a questa sintesi concorrono tutte le nostre componenti, come gli strumenti in una orchestra. Il problema, come più volte sottolineato, è armonizzare gli strumenti in modo da ridurre disarmonie e stonature. Le ricerche scientifiche hanno evidenziato un funzionamento alterato nelle regioni prefrontali in soggetti che hanno vissuto situazioni di stress eccessivo, soprattutto nella prima infanzia.

L’azione dello stress eccessivo (singoli eventi acuti o cronico) ha una ricaduta diversa nelle diverse fasi della vita dell’individuo, anche in relazione ai livelli di maturazione del SNC. Nelle fasi prenatali incide sulla “programmazione” della corteccia prefrontale, ippocampo e amigdala, aree coinvolte nella regolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (asse neuroendocrino dello stress). Nella fase post-natale ha effetti disregolativi sulla produzione di glucocorticoidi, che risultano in eccesso se vi è carenza di accudimento, o carenti se vi sono situazioni di vero e proprio abuso. I differenti tempi di sviluppo tra ippocampo (più precoce), amigdala (infanzia e adolescenza) e corteccia frontale (che matura per ultimo e sino ai 21 anni) fa sì che lo stress incida in maniera diversa in relazione al periodo di vita.

Anche nell’adulto lo stress eccessivo ha effetti dimostrati sulle funzioni cognitive (in particolare apprendimento, quantità e qualità della memoria), sul comportamento (che diviene meno efficace ed efficiente), perché le modificazioni fisiologiche dovute allo stress (carico allostatico) hanno tutte un’azione sul cervello: i circuiti dello stress partono e tornano al cervello. Esistono ormai dati significativi sulla alterazione (strutturale e funzionale) in centri strategici per la gestione dello stress, il controllo delle emozioni, l’apprendimento e la memoria come l’amigdala e l’ippocampo, che riguardano non solo i bambini sottoposti a stress eccessivi ma anche gli adulti, come ha dimostrato Robert Sapolsky (2004).

E’ interessante, ad esempio, notare la diversa azione dello stress sull’ippocampo e sull’espressione genica che regola la neurogenesi in questa struttura: uno stress moderato migliora l’apprendimento e attiva i geni per la nascita di nuovi neuroni, viceversa l’assenza di stress o l’eccesso producono l’effetto opposto. Gli effetti dello stress descritti hanno un certo grado di reversibilità, grazie alla plasticità propria del SNC, che è proporzionata alle fasi in cui lo stress ha agito ed alle risorse dell’individuo e che è alla base di tutti i cambiamenti riscontrati nelle psicoterapie.

La ricerca attuale ha evidenziato il rapporto bidirezionale tra le caratteristiche delle strutture prefrontali e loro collegamenti e le caratteristiche psicologiche dell’individuo. Van Noordt & Segalowitz (2012) affermano che “le differenze nelle funzioni cerebrali variano in funzione della personalità, della situazione (task contest) e della loro interazione”. Come si può dedurre, allora, modificando alcuni fattori psicologici o il modo di vedere o affrontare il compito, si può ipotizzare una modificazione nell’attività cerebrale. È possibile concepire, dunque, il sistema mente – cervello come fondamentalmente plastico e in continua trasformazione in relazione all’ambiente. Concludo, manifestando il mio più sentito compiacimento per gli organizzatori della Festa di Scienza e Filosofia e auguro agli illustri relatori un piacevole soggiorno in Foligno.