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Martin Lutero

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Comincio citando l’esperto di ecumenismo padre James Puglisi: «Uno dei nodi principali resta il reciproco riconoscimento dei ministri ordinati. Ma le incomprensioni di cinque secoli oggi possono essere superate».
La Riforma luterana ha inizio nell’ottobre del 1517, con la pubblicazione delle 95 tesi del monaco agostiniano Martin Lutero (secondo la tradizione, affisse sul portone della Cattedrale di Wittenberg). Attraverso questo scritto, egli si scaglia contro lo scandalo della compravendita di indulgenze: è questa un’occasione per condannare moralmente anche l’atteggiamento dei Papi, che all’epoca vivevano come re. Il Cristianesimo, secondo Lutero, va riformato sulla base di tre principi fondamentali:
1) il libero esame, ovvero la possibilità e la libertà per ogni cristiano di leggere e interpretare autonomamente la Bibbia;
2) il sacerdozio universale, secondo il quale tutti sono responsabili della propria fede e non la demandano a nessun altro;
3) salvezza che dipende solo dalla fede, annullando quindi l’importanza delle opere, ovvero le offerte alla Chiesa.
Il conflitto di Martin Lutero non è più dunque soltanto morale, ma anche teologico.
I tre aspetti particolarmente rilevanti per il dialogo sono la Chiesa, l’Eucaristia, il ministero. Per ciascuno di questi ambiti vengono valutati gli elementi di accordo e di disaccordo. Sull’Eucaristia le differenze sono ridotte al minimo, dato che anche i luterani concordano sulla vera presenza di Cristo, per la quale pure forniscono una spiegazione alternativa rispetto a quella in uso nella teologia cattolica. Più complessa è la questione della Chiesa, nella quale i luterani sono ancora restii a riconoscere uno strumento per l’opera di salvezza. Ma il vero punto critico, alla fine, è costituito dal riconoscimento reciproco del ministero. Fino a quando non verrà superato questo ostacolo, l’unità non potrà dirsi raggiunta. Più che altro non può essere un percorso imposto dall’alto, come si tentò a fare nel Quattrocento con il fallimentare Concilio di Ferrara e Firenze che mirava a ricomporre lo scisma d’Oriente. Il dialogo ecumenico, al contrario, ottiene i risultati migliori quando si configura come un movimento dal basso. Ecco perché bisognerebbe insistere sulla formazione dei ministri nelle varie Chiese. L’ecumenismo non può essere considerata soltanto una materia di studio da affiancare alle altre, ma deve diventare anche una visione trasversale, capace di informare di sé tutta l’azione pastorale. Del resto, è l’azione che ci unisce, prima ancora della dottrina. Mi pare che sia questo, da ultimo, il significato più profondo dell’ecumenismo praticato da papa Francesco, nella cui riflessione è centrale il riconoscimento del comune Battesimo ricevuto dai cristiani.