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Immigrazione in Italia

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Egregio dottor Gustavo De Santis

Le scrivo riguardo la conferenza “Immigrati: tra chi spira, chi spara e chi spera”
che terrà nel corso dell’ottavo festival di scienza e filosofia a Foligno.

Aver letto alcuni suoi componimenti come “Stranieri in patria. D’altri.*” mi ha fatto
appassionare alla questione immigrazione in Italia e mi interessava dunque
esprimere il mio parere per sapere poi cosa ne pensasse Lei.

Come viene costantemente sottolineato dalla cronaca, non vi è giorno in cui
clandestini provenienti da Europa Orientale (23%), Nord Africa (18%), Europa
Occidentale (16%), Africa Sub sahariana (11%), America Latina (9%), America
Settentrionale (5%) o da altri paesi si imbarchino in viaggi di speranza verso una
meta italiana in cui credono di migliorare la propria vita.

È importante evidenziare come l’aprire le porte agli immigrati abbia un notevole
costo sociale ed economico. È indubbiamente più chiaro agli italiani quest’ultimo,
infatti sono sotto gli occhi di tutti le semplici attività di pattugliamento e soccorso
in mare, le strutture d’accoglienza, il personale che le gestisce, le forze dell’ordine,
gli assistenti sociali e traduttori che hanno costi esorbitanti per le finanze dello
Stato. Questo, solo per i migranti che arrivano via mare, e solo per questi, nel 2016,
lo Stato ha dovuto sborsare ben 3,7 miliardi di euro.

Per non parlare poi del costo sociale. Infatti l’arrivo di una nuova numerosa forza
lavoro sul mercato del lavoro italiano crea una crescita dell’offerta di lavoro
senza che ne aumenti la domanda, e dunque questo causa una diminuzione del
valore di ciò che offre il lavoratore, poiché una maggiore offerta causa una
maggiore sostituibilità. Tutto ciò condito da un momento storico italiano in cui non
vi è abbondanza di lavoro e da una crisi che sta caratterizzando lo Stato Italiano
da un decennio a questa parte, e che porta dunque i datori di lavoro alla ricerca
di forza lavoro, spesso incarnata da immigrati, al minor costo possibile.

Inoltre non si può tralasciare il problema sanitario. Gli immigrati possono anche
essere portatori di varie malattie contagiose. Un esempio potrebbe essere il caso
malaria che è presente negli ultimi anni nel nostro paese, infatti coloro che
sbarcano dai barconi e che mettono per la prima volta piede in Italia, e gli coloro
che rientrano nel Belpaese dopo un viaggio nel loro paese d’origine
rappresentano l’80 per cento dei 3.663 casi di questa malattia notificati nel suolo
italiano tra il 2011 e il 2015.

Siamo dunque davvero convinti di voler aiutare tutti gli immigrati in continuo arrivo
in Italia sapendo che si potrebbero arrecare danni ai cittadini italiani? Io penso
che sia prima necessario risolvere i molteplici problemi che abbiamo nella Nostra
Italia pero poi pensare ai loro.
E Lei cosa ne pensa?

Christian Albertin

 

RISPOSTA:

Caro Albertini,

La ringrazio della lettera che mi ha scritto e apprezzo molto il fatto che Lei, pur non condividendo le mie idee, abbia trovato il tempo e il coraggio di intavolare un dibattito. Le rispondo quindi volentieri, ma mi permetta prima di tracciare un quadro più generale. Nel mondo, su circa 7,5 miliardi di persone, gli “stranieri” (=nati in un paese diverso da quello di residenza) sono circa 258 milioni (3,4%) (Fonte: UN, 2017). Di questi, circa il 10% (26 milioni) sono rifugiati, che quindi pesano, in media, per solo lo 0,34% sul totale della popolazione. La quota degli stranieri varia molto da paese a paese, ed è più alta, non sorprendentemente, nei paesi più sviluppati (11,6%) e in quelli più ricchi (14,1%): questo perché i migranti “economici” vanno tipicamente dove il tenore di vita è più alto, per massimizzare i loro guadagni. Ma i rifugiati non seguono la stessa logica. Qui si tratta di persone costrette a fuggire dalla loro terre, principalmente per guerre e persecuzioni. Questo significa che essi si fermano tipicamente nei territori circostanti, i meno distanti da casa, un po’ perché non hanno i mezzi per andare più lontano, e un po’ perché sperano di poter un giorno tornare alle loro case. E siccome guerre e persecuzioni avvengono soprattutto nei paesi poveri, anche i rifugiati sono spesso lì, nei paesi confinanti. Se si prende la briga di rielaborare un po’ i dati dell’International Migrant Stock: The 2017 Revision, che trova online sul sito delle Nazioni Unite  (http://www.un.org/en/development/desa/population/migration/index.shtml), scoprirà che la quota più alta di rifugiati sulla popolazione si trova in aree povere: 44% in Palestina, 30% in Giordania, 26% in Libano, … Veniamo ora all’Italia. Saprà, intanto che l’Italia è considerato un paese ricco, con i suoi 38mila dollari di reddito pro-capite stimati al 2017 (https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/rankorder/2004rank.html; NB sono dollari calcolati con le parità di potere d’acquisto, PPP in inglese, e quindi comparabili tra paesi, sia pure con cautela). Non siamo i primi del mondo, beninteso: siamo solo 49imi su 228 paesi, e da tempo stiamo calando (superati, di recente, anche dalla Spagna). Inoltre, Lei obietterà, il reddito pro-capite non è tutto, e potremmo aprire una discussione infinita su quale sia il miglior indicatore sintetico della qualità della vita in un paese. Ma insomma, limitiamoci a questa indicazione di massima, tenendo anche a mente che, ad esempio, il reddito pro-capite è di 24mila$ in Romania, 12500$ in Albania, 8600$ in Marocco, 2900$ in Siria, …L’Italia ha circa il 10% di popolazione straniera (=nata all’estero), e cioè meno della media dei paesi sviluppati e dei paesi ricchi, e circa lo 0,4% (4 per mille) delle persone che si trovano in Italia sono rifugiati (cioè, su 1000 persone che risiedono in Italia, 900 sono nati in Italia, 96 sono nati all’estero ma non sono rifugiati, e 4 sono rifugiati). Bene, riprendo ora la sua lettera e rispondo punto per punto. Mi scusi se appaio … puntiglioso (del resto lo sono, a detta di tutti quelli che mi conoscono), ma Lei glissa su cose importanti, e parte da presupposti in gran parte sbagliati – a mio giudizio.
Lei: Come viene costantemente sottolineato dalla cronaca …
Io: Guardi che la cronaca è la peggior fonte di informazione possibile, su questi argomenti. Per definizione, i giornalisti cercano l’eccezione, la cosa che fa notizia, l’uomo che morde il cane. Per capire cosa veramente succede bisogna invece considerare che è di solito il cane che morde l’uomo, e cioè cercare i dati nelle fonti ufficiali che (come negli esempi che sto cercando di portare alla Sua attenzione) sono per giunta facilmente consultabili, ormai.
Lei: non vi è giorno in cui clandestini provenienti da …
Io: Le parole sono importanti, e bisogna imparare a sceglierle accuratamente, soprattutto quando si tratta di argomenti così delicati. Clandestino è denigratorio: definisce colui che entra illegalmente. La stragrande maggioranza di coloro che entrano in Italia lo fanno a pieno titolo: sono migranti con qualche visto (turistico, ad esempio), che poi talvolta si trasformano in irregolari (rimangono oltre il consentito). Quelli che ha in mente Lei, che arrivano via mare, sono una minoranza rispetto al totale, pur se sono praticamente gli unici di cui “la cronaca” parla. Ad esempio, nel 2017, gli sbarchi sono stati circa 120mila (http://www.interno.gov.it/sites/default/files/cruscotto_statistico_giornaliero_20-04-2018.pdf), contro circa 300 mila iscrizioni dall’estero (flussi) e circa 5 milioni di stranieri regolarmente residenti nel nostro paese (stock). Non nota una certa sproporzione tra la realtà dei numeri e gli argomenti su cui si concentra “la cronaca”? Per giunta, si è trattato (nel 2016 e 2017) di un biennio con un numero di sbarchi eccezionalmente alto, per la crisi di certi paesi (Libia, Siria, …) e per la chiusura di strade alternative di fuga. E’ l’eccezione, e non la regola.
Lei: …clandestini provenienti da Europa Orientale (23%), … Europa Occidentale (16%), …
Io: Lei non cita le Sue fonti, il che, ai miei occhi è un peccato mortale. Chi proviene dall’Europa dell’est non è, in generale, un clandestino (e certamente non lo è chi viene dall’Europa occidentale): la libera circolazione nello spazio europeo garantisce a tutti, anche a Lei, di andare dove vuole, in Europa, di godere di diritti, e di non essere trattato da clandestino – e neanche definito tale.
Lei: …clandestini provenienti da Europa Orientale, … Europa Occidentale, … si imbarcano in viaggi di speranza
Io: Si imbarcano per venire in Italia, partendo da un paese europeo? La vede l’importanza di scegliere bene le parole?
Lei: … si imbarcano verso una meta italiana in cui credono di migliorare la propria vita
Io: Lei confonde i migranti economici con i rifugiati, che sono due realtà molto diverse: i secondi sono stati costretti a andarsene, contro la loro volontà, e soffrendo grandissime pene. Ma anche dei migranti economici, io, al Suo posto, non parlerei con tanto disprezzo. Intanto “credono” con ottime ragioni di poter migliorare il loro tenore di vita, visto che partono da condizioni che sono 10, 20 volte più povere nelle nostre: non è quindi una pia illusione, la loro, ed è ipocrita sostenere che noi facciamo il loro bene, bloccandoli alle frontiere e evitando che si illudano. E in secondo luogo così facendo rendono un servizio anche a noi (v. sotto).
Noterà che non ho finora tirato in ballo l’argomentazione che anche noi Italiani siamo emigrati, per circa un secolo (diciamo dal 1875 al 1975, in cifra tonda: circa 26 milioni di emigrazioni, di cui circa 8 milioni definitive), andando dove “credevamo di migliorare la nostra vita”. E ci siamo riusciti: i migranti hanno migliorato il tenore di vita loro e dei loro familiari rimasti in patria, grazie alle rimesse (=i soldi che dall’estero mandavano a casa). La stessa identica cosa, quando è fatta da noi è buona, mentre quando è fatta da altri è invece cattiva: non Le sembra la classica questione dei due pesi e delle due misure? “Altre epoche”, dirà Lei. Sbagliato, per molti motivi. Le cito solo questo: l’Italia è di nuovo in crisi economica (o almeno lo è stata fino a ieri, e per circa 10 anni), e i nostro giovani hanno ricominciato a andare all’estero a cercare fortuna. Come la prenderebbe Lei se l’Inghilterra (Brexit), la Germania e tutti gli altri paesi cominciassero a chiuderci le porte in faccia e a trattarci da pezzenti (puzzolenti, criminali, diversi, …) come hanno fatto per un secolo con i nostri predecessori, e come potrebbero benissimo, tra poco, fare con Lei?
Lei: È importante evidenziare come l’aprire le porte agli immigrati abbia un notevole costo sociale ed economico… e (nel 2016, per il pattugliamento) lo Stato ha dovuto sborsare ben 3,7 miliardi di euro.
Io: Di nuovo, Lei non cita alcuna fonte, e io trovo poco serio questo modo di presentare le cose. Non ce l’ho con Lei in particolare: lo fanno quasi tutti, e ormai ci sembra normale – ma in realtà non lo è affatto. E comunque, quando si parla di un fenomeno complesso, è sempre possibile trovare gli indicatori che appoggiano le tesi preconcette che già abbiamo in mente, e da cui non ci vogliamo staccare. Ma la realtà è completamente diversa: gli stranieri pesano per circa il 10% della nostra forza lavoro, producono un po’ meno del 10% del Pil (e cioè producono circa 200 miliardi di Euro/anno), e pagano tasse e contributi previdenziali in questa proporzione, ma ricevono molti meno benefici. La principale voce di spesa del nostro bilancio  pubblico è quella delle pensioni, ma gli stranieri (un po’ perché sono giovani, un po’ perché hanno carriere irregolari, e non interamente in Italia, un po’ perché spesso, da anziani, tornano nel loro paese di origine) pagano senza ricevere, o comunque ricevendo molto meno di quel che pagano, contrariamente agli Italiani – soprattutto quelli delle precedenti generazioni. Tito Boeri (presidente INPS e economista: è uno che sa di cosa parla) ha detto a più riprese, e anche recentemente, che stiamo vivendo in parte sulle spalle degli immigrati, ai quali rubiamo risorse, e che stupidamente ci ostiniamo a rendere difficile il loro ingresso in Italia e la loro integrazione nel mercato del lavoro regolare (https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/07/20/boeri-servono-piu-migranti-regolari-versano-8-miliardi-di-contributi-inps-e-ne-ricevono-soltanto-3-pensioni/3742201/). Stesso discorso vale per la spesa sanitaria, la seconda principale voce di spesa del bilancio pubblico: gli stranieri (un po’ perché sono giovani, un po’ perché sono selezionati e sani, un po’ perché non sempre conoscono le procedure e un po’ perché, se si ammalano seriamente, spesso tornano nel loro paese) pagano il servizio come noi, ma lo sfruttano molto meno.
Infine, Le faccio notare che non ce lo ha prescritto il dottore di impiegare l’esercito, spendendo miliardi, per respingere i migranti. E’ una nostra scelta politica: legittima (pur se insensata, a mio avviso), ma non è una spesa “causata” dall’immigrazione. E’ causata, invece, dalla nostra errata convinzione che agli immigrati è bene dichiarare guerra, o quasi.
Lei: Per non parlare poi del costo sociale (mercato del lavoro: in sostanza, troppi stranieri che sono disposti a lavorare a paghe da fame e rubano il lavoro agli italiani)
Io: Senza offesa, ma Lei parla senza conoscere le cose. A cominciare dalla terminologia: per offerta di lavoro si intende “offerta della capacità di lavorare” (ed è quindi quella che hanno i lavoratori), mentre per domanda di lavoro si intende la “voglia” che le aziende hanno di assorbire l’offerta, e cioè di assumere (pensi alle mele: l’offerta di mele è fatta da chi le mele le ha e le vuole vendere; la domanda è espressa da chi le vuole comprare per usarle, e mangiarle). Ma, a parte la terminologia, la forza di lavoro italiana è fatta da circa 26 milioni di persone, di cui circa 23 milioni occupati (http://www.istat.it/it/archivio/210086), e di questi circa 3 milioni stranieri. La Sua semplice aritmetica è: “Senza stranieri, i disoccupati (circa 3 milioni) sparirebbero”. Ma la realtà è molto diversa, perché gli italiani DOC non vogliono fare certi mestieri (badanti, colf, manovali, pulitori, mungitori, …), e in molti casi non hanno neppure più l’età adatta per farli (gli stranieri sono infatti, mediamente, molto più giovani). Senza stranieri, interi settori dell’economia italiana semplicemente chiuderebbero i battenti e andrebbero in rovina. Del resto, la cosa non dovrebbe sorprendere: quando sono nato io (anno ’60) i nati in Italia erano circa un milione all’anno. Immaginando che nessuno sia morto nei primi anni di vita (il che è quasi vero), 20 anni dopo (anni ’80) si sono affacciate sul mercato del lavoro circa un milione di persone all’anno. Ma i nati sono venuti calando nel tempo, e nel 2017 sono nati meno di 500 mila bambini, e cioè meno della metà (contando anche i nati da genitori stranieri!). Nel 2037 si affacceranno quindi solo mezzo milione di potenziali lavoratori sul mercato del lavoro: metà operai, metà impiegati, metà infermieri, … Ovviamente, i cambiamenti non sono così lineari: ci sono settori in espansione e altri in contrazione, c’è l’aumento della partecipazione femminile sul mercato del lavoro, e mille altre complicazioni. Ma resta comunque evidente la scarsità di forza lavoro che già si è annunciata e ancor più si manifesterà sul mercato del lavoro. La robotica rimedierà a tutto? Forse. Ma non è certo quello che è avvenuto finora. Inoltre, tutti i dati e gli studi dimostrano che i lavoratori italiani e stranieri si fanno poca concorrenza: in generale, anzi, sono complementari, perché la presenza straniera consente agli italiani di svolgere professioni più qualificate (pensi solo alla donna laureata che può lasciare la genitrice anziana a una badante ucraina o peruviana, e fare l’avvocato, la commercialista, la Presidentessa del Senato, …). Più reddito e più soddisfazione personale, grazie agli immigrati: Le sembra poco?  

Infine, allargando un poco lo sguardo, pensi un attimo al debito pubblico. Oggi, ogni italiano ha sul groppone circa 40mila euro di debito, contando anche vecchi e bambini. Se la popolazione dovesse dimezzare (e i nati sono già dimezzati), il debito pro-capite raddoppierebbe. Per pagarlo, lo Stato dovrebbe alzare le tasse (danneggiando, tra l’altro, il mercato del lavoro) e ridurre i servizi: questa è una prospettiva desiderabile? E Le risparmio le considerazione sulla struttura per età: siamo avviati a essere non soltanto di meno, ma anche molto più vecchi: chi pagherà le nostre pensioni, chi ci assisterà nelle case (di cura), visto che figli abbiamo smesso di farne? Io non sono un teorico della crescita demografica, anzi, ma la decrescita ha i suoi costi, e i costi di una decrescita troppo rapida possono essere rovinosi.
Lei: Inoltre non si può tralasciare il problema sanitario. Gli immigrati possono anche essere portatori di varie malattie contagiose…
Io: Scusi se glielo dico, ma questo è grave – è razzismo appena appena mascherato. L’unificazione batteriologica del mondo ha già avuto luogo molti, molti anni fa, ed è stata causata prima dalle esplorazioni e dalle conquiste dei bianchi (europei), in America Latina, in Africa, in Australia e poi dalle sempre più vorticosa crescita degli scambi, di beni e persone (turismo, ad esempio). La mortalità avviene in Italia tipicamente a età molto anziane per malattie non trasmissibili: tumori, problemi cardiocircolatori, ecc. I problemi sanitari del nostro paese (come di tutti i paesi sviluppati) sono quelli della terza o quarta età: non autosufficienza, demenza senile, ecc. La mortalità per malaria (che Lei porta come esempio) è ridicola. Non deve credermi sulla parola: verifichi di persona (https://www.istat.it/it/archivio/199352). E cmq, noto che Lei non teme le malattie portate dai turisti (che arrivano con i soldi, stanno poco e poi se ne vanno): solo quelle portate dai migranti. Pensa che gli altri siamo invece immuni? Concludo: Non mi attribuisca pensieri non miei. L’Italia non può salvare il mondo, e non può permettersi di spalancare le porte a tutti. Ma tra questo e chiudersi a riccio insieme ai partner ricchi (conosce l’espressione “Fortezza Europa”?), e farlo poi denigrando chi è povero e soffre, e aggiungendo la beffa di sostenere che lo si fa nell’interesse dei migranti respinti (“aiutiamoli a casa loro”) ci sono molte vie di mezzo. Un giovane come Lei dovrebbe, a mio avviso, avere intanto più cuore e poi anche più capacità di visione, del presente (fuori d’Italia) e del futuro. Poi, per carità, il realismo politico ed economico ha anche lui le sue buone ragioni. Ma non presti ascolto solo a quelle.

Cordialmente

GUSTAVO DE SANTIS

Riferimenti

UN (2017) International Migration Report 2017: Highlights (ST/ESA/SER.A/404), United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division.
http://www.un.org/en/development/desa/population/migration/publications/migrationreport/docs/MigrationReport2017_Highlights.pdf