Home Breaking news Festa di Scienza e Filosofia 2019: Intervista a Piero Bianucci

Festa di Scienza e Filosofia 2019: Intervista a Piero Bianucci

93
0
SHARE

Piero Bianucci, giornalista scientifico, scrittore, editorialista a “La Stampa”, dove ha diretto per 25 anni l’inserto settimanale Tuttoscienze. Docente universitario di comunicazione della scienza e coinvolto in molti progetti di divulgazione scientifica per pubblico e scuole. 

Un “amico” di Festa di Scienza e Filosofia, ha partecipato anche a precedenti edizioni. 

Uno degli “argomenti scientifici” che stanno più a cuore a Piero Bianucci è l’astronomia. Da dove nasce questa passione?

Nasce molto tempo fa. Ero un ragazzino di 6 anni e ad un mercatino del sabato in un paese dove ero in vacanza, fui attratto da un binocolo di plastica. Mia zia me lo regalò. Quando mi accorsi che quell’ oggetto poteva avvicinare cose lontane lo puntai subito sulla Luna. Non si vedevano i crateri, ma potevo distinguere i “mari” dalle zone più chiare. In quel momento nacque la mia passione. 

Poi però non ha studiato astronomia. Ha deciso di studiare altro, anche se continua a raccontare di astronomia.

Mi sono laureato in lettere con una tesi in filosofia estetica, ma è un bene che l’astronomia sia rimasta la mia passione, perché le cose fatte con passione di solito riescono meglio. Non è necessario approfondire gli aspetti tecnici, ci si può dedicare all’aspetto descrittivo e narrativo. La laurea in lettere aiuta in questo perché insegna i segreti del raccontare. L’astronomia stessa si presta molto ad essere raccontata e suscita fascino. 

Quest’anno ricorre il 50esimo anniversario del primo sbarco sulla Luna. Cosa è cambiato nell’esplorazione dello spazio in questo mezzo secolo? 

È stato un cinquantennio meraviglioso per chi si occupa di spazio e per chi lo racconta. Ci è stato rivelato il sistema solare nei minimi particolari, tutti i pianeti del nostro sistema, ed alcuni asteroidi e comete, sono stati avvicinati da sonde. Quello che una volta era astronomia del sistema solare, oggi è geografia. Si possono costruire atlanti di Marte o dei satelliti di Giove paragonabili ai nostri atlanti terrestri. 

In questi 50 anni l’informatica ha avuto uno sviluppo enorme. Le fotografie scattate dalle sonde automatiche hanno permesso gradualmente di raggiungere livelli di definizione e qualità delle immagini astronomiche assolutamente paragonabili a quello che si sarebbero potute ottenere con l’esplorazione umana. L’esplorazione spaziali degli ultimi tempi è stata quindi in gran parte un fatto tecnologico, che però ha sempre avuto gli uomini come primi attori. Non tanto degli “eroi” come gli astronauti che hanno camminato sulla Luna. Loro sono stati dei coraggiosi esploratori, ma spesso non avevano una preparazione scientifica. Dietro le macchine c’erano invece migliaia di scienziati e tecnici. È stata dunque una forma di esplorazione mista, un po’ umana e un po’ meccanica.

Un cinquantennio bellissimo che io ho celebrato a mio modo. L’8 maggio uscirà un mio libro dedicato alle missioni Apollo sulla Luna. Ho sentito il bisogno di raccontare questa vicenda che ho vissuto da giornalista nel 1969, quando lavoravo alla Gazzetta del Popolo di Torino. Penso di essere stato un testimone del tempo, anche se indiretto, perché ho visto lo sbarco sulla Luna in televisione, come tutti, ma ho dovuto raccontare sul giornale come i torinesi lo avevano vissuto e ne ho un ricordo molto preciso. 

Quali erano le motivazioni che spingevano gli scienziati ad esplorare la Luna 50 anni fa e quali quelle che spingono gli scienziati oggi? 

Lo sbarco sulla Luna di 50 anni fa è stato essenzialmente una forma di Guerra Fredda tra gli USA e l’Unione Sovietica. Spostare la guerra da questo pianeta allo spazio fu una grande intuizione del presidente Kennedy. Era una forma di “guerra per la conoscenza”, in cui si confrontavano le punte più avanzate della ricerca, anche militare, ma si trattava di una sorta di sfida stilizzata, un po’ come gli Orazi e i Curazi che si sono battuti tre contro tre per evitare la morte di migliaia di persone. Credo che in questo le imprese Apollo vadano assolutamente apprezzate. 

Questa “guerra stilizzata” ha portato in modo imprevedibile una forma di pacificazione del pianeta. Nel 1975 un’astronave sovietica Souyz e una americana si sono incontrate in orbita, si sono congiunte e gli astronauti sono saliti gli uni a bordo dell’astronave degli altri. È stato un momento in cui la guerra fredda è approdata ad una forma di collaborazione pacifica tra le superpotenze che poi si è trasferita dallo spazio alla terra. Da allora l’esplorazione spaziale è frutto della collaborazione internazionale. Oggi nella stazione spaziale che è sopra di noi ci sono astronauti di tutto il mondo.
Dal punto di vista della conoscenza, quello che ancora non ha una risposta è se ci sia qualche forma di vita su altri corpi celesti. Sulla terra abbiamo una grandissima diversità biologica che comprende forme di vita in grado di vivere in condizioni assolutamente estreme. L’evoluzione ha inventato cose meravigliose qui sulla terra. Non vedo perché non avrebbe potuto inventarle anche al di là della terra. 

Come giornalista e comunicatore, lei conosce bene i “pubblici”. Cosa è cambiato in questi 50 anni nell’interesse del pubblico verso l’esplorazione spaziale? 

Le grandi domande sul senso dell’universo e su come si evolve non hanno ancora avuto risposta e quindi sono rimaste sostanzialmente invariate. Oggi però queste domande si pongono in modo meno ingenuo, rispetto a 50 anni fa. Quando si parla con il pubblico, soprattutto con gli studenti, le domande sono molto più circostanziate e le esigenze di precisione e di compiutezza della risposta sono maggiori. Ciò che prima era prevalentemente stupore, meraviglia, quasi fantascienza, oggi è diventato scienza anche nella percezione del pubblico. Ciò è evidente soprattutto quando si parla agli alunni delle scuole. Il pubblico adulto è invece differenziato. C’è una parte molto preparata che pretende risposte precise ed una che si accontenta di avere un’idea descrittiva. Questo è comunque molto positivo, perché illustrare cosa è l’universo in modo qualitativo invece che quantitativo, cioè descriverlo invece che spiegare complicate formule, è già un passo molto importante.

Lei definisce l’esplorazione della Luna come “l’impresa tecnologica più grandiosa del Novecento”. Le vengono in mente altre imprese tecnologiche altrettanto grandiose e importanti?

Ce ne sono molte altre e forse non è corretto fare delle graduatorie. Penso al Progetto Manhattan per la realizzazione della bomba atomica, che è stato il primo vero progetto di big science, nonostante le finalità non proprio positive. C’è poi il sequenziamento completo del genoma umano: un’impresa straordinaria, pensata da James Watson e portata avanti anche dal nostro premio Nobel Dulbecco, che ha portato alla lettura di tutte le informazioni genetiche in cui è scritto il progetto di una persona. Più recentemente, la scoperta della particella di Higgs, costata 10 miliardi di euro di investimenti ai quali tutti noi abbiamo contribuito e direi che ne è valsa sicuramente la pena. Ultima grandissima impresa tecnologica è sicuramente la scoperta delle onde gravitazionali: siamo riusciti a misurare deformazioni di piccolissima entità (un millesimo del diametro di un protone) su una distanza di 4 km. È notizia di due giorni fa che due buchi neri si sono fusi e hanno prodotto altre onde gravitazionali. C’è ormai un’astronomia delle onde gravitazionali che può contare su una decina di eventi e comincia ad esserci una statistica. Quando c’è statistica c’è scienza.

Parlando di misure, lei si è interessato anche alla rivoluzione delle unità di misura del prossimo maggio 2019. Ci spiega cosa significa?

Dal 20 di maggio tutte le sette unità di misura fondamentali saranno più solide e più universali perché ancorate alle costanti fondamentali della natura. Questo farà sì che le misure saranno comparabili in laboratori diversi, perché i fondamenti della natura sono gli stessi in ogni luogo della terra e anche al di fuori di essa. 

In realtà l’ultima misura ancora legata ad un campione fisico (un cilindro di platino e iridio conservato a Parigi) è il chilogrammo. Questo oggetto fisico nel tempo ha perso peso, nonostante siano state prese le precauzioni necessarie. Un campione che perde le sue caratteristiche fisiche non può essere più considerato un riferimento. Nel momento in cui si è definito il nuovo chilogrammo, tutte le altre misure sono state rivisitate e sono state ufficializzate le definizioni che garantiranno la sicurezza e la precisione nell’utilizzo di queste misure.

Come è stata presa la decisione di questa rivoluzione? Come ci si è messi d’accordo?

150 paesi del mondo aderiscono a questa convezione, ma mettersi d’accordo non è stato facile. In passato le discrepanze tra sistemi di misura in diversi paesi sono state utilizzate per fare guerre commerciali. Uniformare il tutto rappresenta un esempio di pacificazione tra i popoli e un modo per evitare guerre commerciali indebite.

Da quanto ci ha raccontato fino ad ora, al di là della guerra fredda, sembra che la scienza rappresenti uno strumento di riconciliazione.

La scienza è un linguaggio comune a tutti i popoli. Un esperimento è una domanda che noi facciamo alla natura e la risposta, quando c’è, è la stessa per un cristiano, un islamico, un buddista. Il laboratorio scientifico mette d’accordo tutti. È un modello di pacificazione e, se posso permettermi, anche un modello di vita democratica. Gli scienziati sono disposti a confrontarsi duramente sulle teorie, ma di fronte agli esperimenti si crea un consenso che diventa la linea ufficiale della scienza, almeno fino a quando non ci saranno esperimenti in direzione opposta. A volte rimangono delle piccolissime minoranze che continuano a dissentire e da queste minoranze a volte nasce un’incrinatura che permette il progresso.

Secondo lei qual è il ruolo dello scienziato e quale quello del giornalista scientifico o comunicatore nel divulgare le conoscenze scientifiche? 

Sono due ruoli diversi ed è bene che lo rimangano. Il tipo di approfondimento e garanzia di correttezza di uno scienziato non può essere raggiunto da un giornalista. Ma allo stesso tempo, lo scienziato specializzato nel suo campo non sempre riesce ad avere una visione generale in cui le varie scienze possono essere viste con lo stesso sguardo nello stesso istante. Noi giornalisti raccontiamo la scienza in modo più lieve, meno rigoroso, però abbiamo la capacità di mettere insieme aspetti distanti tra di loro. A mio parere ci vogliono entrambe le cose. 

Secondo una ricerca recente, lo scienziato rimane la fonte di informazione scientifica più accreditata dal grande pubblico e la credibilità data ad una conferenza tenuta dallo scienziato è altissima. Tuttavia, è interessante che gli scienziati negli ultimi anni abbiano imparato e siano riusciti ad impadronirsi di tecniche di comunicazione che permettono loro di divulgare in modo comprensibile. L’ideale sarebbe avere a disposizione entrambe le cose: scienziati che abbiano fatto studi di comunicazione e giornalisti che conoscano la scienza di cui si occupano. 

Lei pensa che iniziative come la Festa di Scienza e Filosofia siano efficaci in questo senso? 

È una domanda molto difficile che in pochi si pongono. È complicato verificare quale messaggio sia arrivato al pubblico. Io credo che una traccia rimanga. Anche se non restano nozioni, dati e cifre, io sono sicuro che rimane la curiosità e la percezione che nella scienza ci sono storie interessanti da ascoltare. Non sarà una conferenza a costruire la cultura scientifica di una persona, ma se quella conferenza porta qualcuno in biblioteca o in libreria a leggere un libro, a seguire un programma televisivo scientifico serio, allora secondo me il risultato è stato ottenuto. 

Silvia Paolucci per “Chiaroscuro”