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Gioia Bartali: “Per un anno nonno Gino nascose una famiglia di ebrei vicino casa”

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Gioia Bartali è la nipote del grande ciclista Gino Bartali. Testimone diretta delle imprese sportive e della straordinaria storia de Il Giusto tra le Nazioni.

Il tuo rapporto con lo sport e il ciclismo?

Rapporti professionali tranne mio nonno non ne abbiamo avuti, tra l’altro in passato è stato proprio mio nonno a non incoraggiarci a seguire le sue orme (né ai figli né ai nipoti) perché per lui il ciclismo è stato veramente uno sport e lavoro molto difficile, ricco di tanti imprevisti, sacrifici e soprattutto di tante cadute e difficoltà quindi per lui era uno sport pericoloso. Tra l’altro mio papà Andrea mi raccontava che quando lui prendeva la bici, mio nonno gli chiudeva immediatamente il cancello di casa per rendervi conto di quanto fosse terrorizzato. Poi alla fine in famiglia di Bartali ne è bastato uno.

Il valore della famiglia e dell’amore per tuo nonno e di conseguenza per te.

Innanzitutto se sono qui, rappresenta un valore importantissimo, perché ritengo che come a me ha insegnato tantissime cose, e tutt’ora me ne insegna, nel suo modo di aver vissuto la vita e i suoi valori, ecco che questo affetto mi piace in qualche modo trasmetterlo. Quando mi trovo a presenziare degli incontri solitamente non mi preparo niente in quanto di scrittori che hanno raccontato Gino Bartali ce ne sono stati tanti e anche tanti molto bravi. Io preferisco fare la nipote che racconta semplicemente le cose con il cuore.

L’emozione di essere Bartali, in qualche modo sembra che tuo nonno ti abbia dato una nuova borraccia in consegna.

Non me l’hanno mai detta questa similitudine, ne sono ovviamente onorata perché poter essere attiva nel ricordo di mio nonno è un grande risultato perché ovviamente non sono l’unica nipote, ma credo che sia stato apprezzato il fatto che sono riuscita a trasmettere quello che è il mio sentimento, affetto e memoria per lui. Quando le persone si emozionano durante i miei racconti è un motivo di soddisfazione in quanto vuol dire che quello che sto facendo in qualche modo arriva.

Che cosa è per te la memoria?

La memoria per me è tante cose, sicuramente è mio nonno che significa famiglia, mio padre che non c’è più, come la mia mamma, il fatto che comunque alle volte c’è proprio bisogno di ricordarli. Per me ovviamente non è stato un obbligo ma è stata una scelta per una questione affettiva, continuare a parlare di persone che per me sono state fondamentali. Oggi per me riscoprire certi ricordi significa creare un ponte tra quella che è la sua storia, la sua memoria e quella che è la memoria della mia famiglia, quindi è un contesto assolutamente straordinario e bellissimo. Come quando ho avuto l’onore di viaggiare insieme a lui a Lourdes, proprio come fece con la sua squadra dopo un Tour de France per ringraziare la Madonna, sono delle emozioni e sensazioni che ti rimangono dentro a vita.

“I miei figli li ho visti poco. Mi consolo pensando di aver sostituito la presenza con l’esempio”. A quanto pare l’esempio c’è stato, di che tipo è stato?

Questa è una frase tipica da Gino Bartali, mio nonno era una persona estremamente semplice anche nel modo di esprimersi quindi per lui l’esempio significava aver agito nel corso della sua vita in maniera lineare, poi ovviamente lui era molto legato all’aspetto della sua fede e quindi ha agito veramente da buon cristiano. Oggi fortunatamente se ne parla di tante cose che ha fatto, non solo delle sue imprese sportive ma anche del suo gesto nel periodo della guerra nell’aver salvato così tante persone, è una persona che ha tenuto fede ai suoi principi e ai suoi valori e lo ha fatto soprattutto senza darsi vanto e merito di niente.

L’umiltà e l’aiuto verso il prossimo l’hanno fatto diventare il Giusto tra le Nazioni. Ci vuoi raccontare come nacque la straordinaria storia di Gino Bartali e gli ebrei?

Nasce da un’amicizia, nata prima della guerra, con il cardinale Elia Dalla Costa di Firenze che ovviamente non gli ha escluso la vicinanza anche con altri cardinali, tralasciando che Gino Bartali era amico di tutti i Papi. Dopo l’8 settembre, in quel momento di caos generale dove i tedeschi prendevano gli ebrei e i dissidenti politici, c’è stato bisogno di una figura come quella di mio nonno. Il cardinale Elia Dalla Costa già operava in questa rete clandestina Delasem (acronimo di Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei) ma a un certo punto ha avuto necessità di una persona che fungesse da postino da Assisi a Firenze, una persona della quale si fidasse ciecamente e, data l’amicizia e il rapporto che scorreva tra il cardinale e mio nonno, decise di affidargli questo compito. Inoltre mio nonno conosceva anche l’allora vescovo di Assisi, monsignor Nicolini, quindi nel momento che hanno deciso di chiamare lui sapevano perfettamente che tipo di persona fosse: una persona predisposta assolutamente per il bene. In quel momento mio nonno poteva anche rifiutare una missione di questo tipo ma dall’altra parte aveva capito che quel dono, quella forza esplosiva nell’andare in bicicletta poteva essere messa veramente a servizio degli altri e quindi ha fatto semplicemente il suo dovere.

Il ruolo della coppia: nel cinema e nello sport ci sono tante coppie storiche ma mai nessuna è iconica come quella di Coppi-Bartali.

A me ovviamente fa solo che piacere poi quest’anno ricorrerà il centesimo anno dalla nascita di Fausto Coppi, anche perché io dico sempre che dove si parla di Fausto in qualche modo si parla di Gino e viceversa. Mio nonno, in qualche modo ha dovuto portarsi dietro per moltissimo tempo questo pezzo di storia del ciclismo dato anche dalla prematura morte di Coppi. Ricordo in primis il rispetto che c’era tra loro, valore fondamentale, molto corretti entrambi, Fausto era una persona molto sensibile e totalmente differente da mio nonno sia dal punto di vista caratteriale che da quella più prettamente fisica. Questo non toglie che nella loro carriera sportiva ci sono stati degli episodi straordinari, anche da avversari, come la foto più famosa di questo scambio di borraccia segno tangibile di quello che può rappresentare la solidarietà sportiva. Due atleti che hanno lottato uno contro l’altro senza risparmiarsi ma con un rispetto veramente oltre le righe, mi piacerebbe che questo gesto sia visto dalle nuove generazioni proprio come esempio da applicare quotidianamente nelle proprie sfide sportive. 

Assisi cosa rappresenta per te e quali racconti ti ricordi di quei 185 km?

Questa storia mio padre la conosceva perché gliela raccontò mio nonno, ovviamente la promessa era di non dirla a nessuno, tant’è che mio padre gli disse più volte che forse era il caso di divulgarla ma nonno Gino era sempre dell’idea che “il bene si fa e non si dice”. Non aveva nessun interesse a vantarsi di una tale missione, né in questa né in altre situazioni analoghe. Assisi ovviamente è per noi una seconda casa, io con mia sorella Stella abbiamo portato la cappellina del nonno, tanto cara a lui, che custodiva a casa a Firenze consacrata nel 1937, subito dopo la scomparsa del fratello. Questa cappellina rappresentava il suo luogo ideale di preghiera e un simbolo per noi della famiglia Bartali molto importante e il fatto che si trovi ad Assisi ovviamente rende tutto più straordinario.

Quanto abbiamo bisogno di eroi? Ci sono ancora eroi?

Se io ho piacere di parlare con i ragazzi di Gino Bartali è perché credo fortemente che lui sia un validissimo esempio, sotto tantissimi punti di vista: i valori, i principi, la solidarietà, il coraggio, l’umanità ecco che oggi devo essere sincera faccio fatica a trovare una figura analoga a quella di mio nonno. Il mondo mediatico è molto veloce, si punta molto all’apparire mentre per mio nonno l’apparire non ha mai significato niente.

 “L’Olocausto è una pagina del libro dell’umanità da cui non dovremmo mai togliere il segnalibro della memoria”. (Primo Levi).

L’Olocausto e la memoria sono dei temi troppo importanti per lasciarli sul dimenticatoio. Chi salva una vita salva il mondo intero, mio nonno con questa attività clandestina ha salvato più di ottocento persone e aggiungo una storia che nessuno conosceva fino a poco tempo fa nemmeno mia nonna, l’aver nascosto una famiglia di ebrei in una cantina vicino casa sua. Proprio il figlio di questa famiglia, Giorgio Goldenberg, ha dato l’opportunità a mio nonno di essere nominato Giusto tra le Nazioni in quanto serve una testimonianza diretta di un ebreo salvato per essere nominato Giusto, cosa che gli ottocento ebrei che hanno ricevuto i documenti non sapevano che fosse mio nonno a trasportarli. Quando nel 2010 ci fu questo appello, al quale rispose Giorgio Goldenberg, immaginate lo stupore di mia nonna ignara che per più di un anno suo marito clandestinamente portava del cibo e nascondeva un’intera famiglia in una cantina a pochi metri dalla loro casa. La memoria serve a questo, anche se sono storie che possono fare male, servono senza dubbio a far sì che non accadano più.

Alessio Vissani per “Chiaroscuro”