Home Breaking news Giornalismo scientifico e società antiscientifica: parla Enrica Battifoglia

Giornalismo scientifico e società antiscientifica: parla Enrica Battifoglia

115
0
SHARE

Enrica Battifoglia, giornalista scientifico. Lavora per l’agenzia ANSA, per la quale coordina il canale Scienza & Tecnica. Autrice di diversi libri divulgativi per adulti e ragazzi. Una grande amica della Festa di Scienza e Filosofia, alla quale partecipa ormai da molti anni. 

Nella sua carriera lei si è occupata di diversi argomenti scientifici. I suoi libri parlano di medicina, di biologia, di robotica, di spazio. Sono ambiti molto distanti tra di loro, ma sono tutti settori della ricerca scientifica. Che cosa li accomuna?

Per un giornalista scientifico è normale avere a che fare con tanti ambiti diversi. Nell’arco della stessa giornata si può passare dall’astrofisica alla biologia molecolare, all’ informatica. Il filo rosso è la volontà di comunicare che cosa sta accadendo nei laboratori e nei centri di ricerca, comunicare come si prepara il nostro futuro e aiutare i cittadini a prepararsi ad affrontarlo. Se scriviamo tutti i giorni di questi argomenti non è certo perché siamo dei geni in grado di capire tutti questi linguaggi. Il nostro mestiere è proprio il linguaggio: saper ascoltare i ricercatori, saper riconoscere una notizia e saperla raccontare con le parole di tutti i giorni. Questo ci richiede di parlare a lungo con gli scienziati, capire il loro lavoro e trasferirlo ad un pubblico vasto che non conosce né il linguaggio né i concetti dell’attività scientifica. È sicuramente un lavoro non banale e a mio avviso molto utile. 

Lei definisce la società attuale come “società antiscientifica”. Che cosa significa?

Purtroppo ci capita ormai da tempo di assistere a fenomeni che nascono da una profonda sfiducia nella scienza. Pensiamo ai movimenti no vax, all’ostilità nei confronti degli organismi geneticamente modificati, o quella verso l’utilizzo di energia nucleare. Questi atteggiamenti nei confronti della scienza non fanno bene alla società perché creano delle tensioni che si alimentano di emotività e l’informazione in tutto questo ha un ruolo marginale. È invece importante raccontare cosa succede nei laboratori, far comprendere il modo in cui si arriva alle scoperte e il ragionamento dei ricercatori. Trasmettere al pubblico questa mentalità scientifica fatta di analisi, numeri, dati e fatti, aiuta a contrastare tutto ciò che scaturisce da reazioni emotive, da pregiudizi, da stereotipi che sono assolutamente difficili da combattere. 

Dunque la causa della nascita di una società antiscientifica non è da ricercare nella scienza né nel giornalismo scientifico. Da cosa scaturisce allora?

Io credo che ci sia stato un problema serio a livello di informazione e a livello di cultura diffusa. Tullio De Mauro sostiene che il problema in Italia non è l’analfabetismo scientifico, anzi il pubblico è molto interessato alla scienza (basti vedere il successo della Festa di Foligno). Il problema è semplicemente l’analfabetismo. Io credo che lavorando sulla cultura, sull’amore per il sapere e sull’informazione, si potrebbe trovare una soluzione che porti al dialogo tra scienza e società. 

C’è un grande paradosso nei nostri giorni: mai come adesso la scienza è stata vicina a realizzare quelli che negli anni 50 erano dei sogni, si immaginavano organi di ricambio per il corpo umano e adesso abbiamo degli organoidi, si sognavano la Luna e Marte e adesso si sta lavorando per raggiungere questi obiettivi, si sognavano macchine volanti e adesso le industrie cominciano ad interessarsi a questo, tuttavia la sfiducia nella scienza è a livelli molto alti.

Di fronte ad una notizia scientifica, ad esempio la scoperta di una correlazione tra il consumo di un alimento e il rischio di sviluppare una certa patologia, le persone spesso tendono a conclusioni affrettate. C’è qualcosa che non va nella comprensione del metodo scientifico e del risultato di uno studio. Come si pone un esperto di comunicazione della scienza di fronte a questo?

Si tratta di comunicare uno dei concetti più difficili che è quello di probabilità. Un concetto che è di casa nei laboratori scientifici, ma molto difficile da far capire alla società. È un concetto basato sul bilanciamento tra rischi e benefici. Comprenderlo significa saper accettare che non esistono valori assoluti. Una nozione che bisogna cominciare a spiegare, anche i ricercatori stessi devono farlo. Il grande ostacolo è che la maggior parte del pubblico adora le certezze e quindi trasmettere questo concetto non è semplice.

Come influisce questo nella generazione della sfiducia nella scienza? 

Un esempio eclatante è quello dei vaccini. I vaccini non proteggono al 100%. Quando si propone un vaccino si fa un discorso di rischio-beneficio di contrarre una certa malattia. Quando alcune malattie spaventavano perché erano sotto gli occhi di tutti ed entravano nelle case, come la poliomelite negli anni ‘50 in Italia, era molto più facile capire quale sarebbe stato il beneficio della vaccinazione rispetto al rischio di ammalarsi. Oggi proprio per merito dei vaccini alcune malattie terribili sono sparite e i nemici stanno diventando proprio i vaccini. Questo è un grande paradosso.

Quando si parla di rischio, le reazioni del pubblico sono diversificate. C’è chi si lascia influenzare dal lato “positivo” di un dato probabilistico e chi da quello “negativo”. In ogni caso, le risposte sono quasi sempre legate all’emotività, non alla razionalità e all’analisi ragionata del dato.

Si tratta di far capire la complessità di questi numeri. Sono cifre importanti che però non danno certezze e questo alone di incertezza crea insicurezza che poi genera paura. L’unico modo per combattere l’insicurezza è una comunicazione più seria e soprattutto capillare tra il mondo della scienza e quello della società. Prendiamo l’esempio dei test genetici: un campo nel quale l’idea di probabilità sta giocando tantissimo, perché alcune mutazioni nel DNA, riscontrate tramite test genetici, possono essere collegate ad un alto rischio di insorgenza di alcune gravi malattie. È difficile per un genetista informare un paziente sull’esito di un test genetico perché i fattori in gioco sono tantissimi. Comunicare il risultato in un modo piuttosto che in un altro può generare dei comportamenti e delle decisioni decisamente rilevanti per la vita di una persona, come ad esempio quelle prese nel 2013 dall’ attrice Angelina Jolie, un caso di cui tutto il mondo parlò e che scaturì molte riflessioni. 

Bisogna chiedersi fino a che punto i tempi sono maturi per dare queste informazioni ad una società che forse ancora non è in grado di recepirle. È necessario lavorare su due fronti: avanzare con la ricerca, senza lasciare indietro la società.

Che ruolo ha la scuola? 

La scuola potrebbe fare i miracoli in questo campo. Spiegare questi concetti a ragazzi giovanissimi vuol dire farli crescere con maggiore consapevolezza. La scuola raramente lo fa. L’esempio del Laboratorio di Scienze Sperimentali di Foligno è meraviglioso perché viene data la possibilità ai ragazzi di toccare con mano la vera scienza, di sperimentare. Solo così si può comprendere fino in fondo cosa significa “probabilità” e capire che il lavoro di uno scienziato richiede un’enorme pazienza e tempi lunghissimi. Dalla scienza si pretendono risposte certe e subito, ma in realtà richiedono decenni e un immenso lavoro. 

Cosa pensa di iniziative come la Festa di Scienza e Filosofia che hanno come obiettivo la divulgazione di conoscenze scientifiche, ma anche lo stimolare curiosità e senso critico soprattutto nelle nuove generazioni?

Foligno è un laboratorio ideale per riuscire a capire l’importanza di iniziative del genere. Io ho sempre visto tanto entusiasmo, crescente negli anni. Il pubblico è reattivo e partecipe. Direi che avete tutti gli strumenti per poter fare un’ottima comunicazione della scienza.  

Silvia Paolucci per “Chiaroscuro”