Anteprime Festa di Scienza e Filosofia 2018

Sandro Spinsanti
Docente di Bioetica

Laureato in teologia morale e psicologia, con formazione psicoterapeutica. Ha insegnato etica medica nella facoltà di Medicina all’Università Cattolica del Sacro Cuore e bioetica nell’Università di Firenze. Ha diretto il Dipartimento di Scienze Umane dell’Ospedale Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina (Roma) e il Centro Internazionale Studi Famiglia (Milano). E’ stato componente del Comitato Nazionale per la Bioetica e presidente di numerosi Comitati etici per la ricerca.  Ha fondato l’Istituto Giano per le Medical Humanities e il management in sanità (Roma). Ha diretto la rivista di Medical Humanities Janus (ed. Zadig). Tra le sue pubblicazioni: Chi decide in medicina?, ed. Zadig, Roma 2002.

Sabato 21 Aprile 2018 ore 9.00
Laboratorio di Scienze Sperimentali – Foligno

Chi decide in Medicina?
come stanno cambiando le regole del gioco

Introduce e coordina dott. Paolo Trenta – Osservatorio Medicina Narrativa Italia

FIDARSI O NON FIDARSI? QUESTO E’ IL DILEMMA!

Un cambiamento significativo nei rapporti tra medici e pazienti stava avvenendo alla svolta del secolo. Forse non ce ne siamo accorti al momento, ma ora, a distanza, è diventato chiaramente visibile. Possiamo identificarne qualche traccia in un libro curioso, apparso proprio nell’anno 2000: SL’URP. Pigiami allo sportello (Fr. Frilli editori, Genova). Lo ha curato Maria Trevisan, responsabile dell’ufficio relazioni con il pubblico dell’Azienda ospedaliera di Trieste, raccogliendo le lagnanze del pubblico. Riporta, ad esempio un paziente: “E il medico mi ha detto: Non crederà mica di sapere lei che cosa è meglio per lei?” (p.50). E un altro: “E siccome io insistevo per spiegare il mio pensiero al dottore, lui mi ha detto: Voi non dovete pensare! L’importante è che pensiamo noi. Voi dovete solo andare avanti come tanti pecoroni. Voi dovete stare tutti in fila come le pecore e non pensare!” (p. 44). Anche se con la metafora desueta della pastorizia il medico calca un po’ la mano, il rapporto che auspica con il paziente non si discosta dal modello prevista dalla tradizione: il medico deve guidare il paziente, prendendo le decisioni opportune per il suo migliore interesse, sostenuto dal proprio sapere professionale. Per dirlo con la formula stereotipata, in medicina decide il medico “in scienza e coscienza”, per il paziente (e non con il paziente!). I pazienti che vanno a lamentarsi all’URP implicitamente testimoniano che non si riconoscono più in quel modello.

Nella presentazione del volume Paolo Cornaglia Ferraris inquadra correttamente le lamentele dei cittadini  nella questione della fiducia: non più un atteggiamento scontato da parte del paziente, ma un bene che il medico si deve guadagnare. A suo avviso, nell’organizzazione attuale dei servizi alla salute “la possibilità di fermarsi a parlare, spiegare. Coinvolgere e conquistare la fiducia di chi affida se stesso alle cure della struttura, affidandosi, di fatto, alle persone che la garantiscono, non c’è”. L’affermazione di Cornaglia Ferraris merita una sottolineatura. L’anno precedente, nel 1999, un libro aveva suscitato scalpore: Camici e pigiami  (ed. Laterza). Era un atto di accusa contro i medici, considerati responsabili del disastro della sanità italiana. L’autore, dapprima nascosto da uno pseudonimo, risultava essere proprio Cornaglia Ferraris. Più incisiva del contenuto del libro, risultò essere l’immagine di copertina che l’illustrava: camici (i medici) e pigiami (i malati) si voltavano le spalle; ma soprattutto impersonavano ruoli che nel nostro immaginario sono contrapposti: il camice era indossato da un medico-lupo, mentre il pigiama vestiva un paziente-agnello. Ecco, sullo sfondo, la questione della fiducia. Fidarsi di un lupo? A nessuno verrebbe in mente di commettere una tale ingenuità (escludendo ovviamente san Francesco…).

Disponiamo di indizi più solidi del cambiamento di rapporti tra medici e pazienti: per esempio, l’escalation dei procedimenti giudiziari contro professionisti sanitari (i processi contro i medici nel periodo 1950-1990 sono stati lo 0,6 delle sentenze per anno, per passare al 3,9 nel periodo 1991-2000; il trend si è poi confermato negli anni successivi): ma il linguaggio simbolico cattura con maggio efficacia lo spettacolare cambiamento in corso. Da “buon samaritano”, che si ferma a soccorrere gli sventurati colpiti dalla malattia, il medico è promosso a lupo rapace, rispetto al quale è opportuno stare in guardia e difendersi.   La metafora lupesca insinuava un’ombra di malvagità nel medico che richiedeva al paziente di adattarsi al modello della passività e dell’affidamento. Sfuggiva così il nucleo culturale, e non morale, della transizione. La modernità ci confronta con il fatto che il medico non può più sapere quale sia “il bene” del malato, se non si mette in posizione di ascolto. Dopo avergli proposto ciò che la medicina è in grado di fare per lui, deve raccogliere le preferenze e rispettarle. Perché nella nostra società pluralista non c’è un consenso condiviso da tutti nel qualificare come proprio maggior interesse ciò che la medicina può offrire. In altre parole, la modernità richiede che si tenda a una decisione condivisa, nella quale confluiscano “la scienza e coscienza “ del medico, ma anche i valori e le priorità della persona in trattamento.

Un passo ulteriore nella demolizione del rapporto promosso dalla tradizione ippocratica, che chiedeva al medico di farsi carico del bene del paziente come un genitore responsabile nei confronti del figlio e al paziente di affidarsi con fiducia alla decisione del medico, è stato favorito dal crescente sospetto che nelle scelte sanitarie fosse presente un interesse riconducibile all’economia. Ricorrendo ancora all’immaginario della fiaba, possiamo ipotizzare il dialogo tra un paziente-Cappuccetto Rosso e il medico (indiziato ora di essere un lupo travestito…) : “perché, dottore, mi prescrive ciò che mi prescrive?”. “Ma per il bene, bambina mia!”. No, i paziente dei nostri giorni non vogliono più cadere nelle trappole della credulità: sospettano subito che il medico sia in combutta con le aziende farmaceutiche. O quanto meno che si lasci guidare dalle esigenze del budget aziendale

Alla diffidenza devono disporsi non solo i malati, ma anche i sani.

Sandro Spinsanti  (cfr. Marco Geddes da Filicaia: “E non ci indurre in prestazioni…”, in Salute e Territorio n. 187, 2011, pp.224-226).