Home News Festa di Scienza e Filosofia 2014 Medicina, complessità, narrazione

Medicina, complessità, narrazione

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di Paolo Trenta, Dirigente servizio formazione USL Umbria 2

La medicina moderna si è basata prevalentemente su principi di tipo meccanicistico e riduzionistico, partendo dall’assunto che per conoscere, descrivere e curare l’uomo occorra scomporlo nelle sue parti per studiarle nel modo più separato, isolato e approfondito possibile.

Un paradigma condotto poi dalla fisiologia alla patologia e alla clinica con un approccio mirato all’intervento su singoli elementi patologici.

Ciò ha portato negli ultimi decenni ad una notevole evoluzione della medicina, con possibilità di intervento e cura in tantissimi campi, con l’evidenza del significativo aumento dell’aspettativa di vita. La EBM (Evidence based medicine), basata sulla dimostrazione di efficacia testata su grandi numeri, ha prodotto linee guida che costituiscono garanzia di interventi appropriati, scientificamente validati e quindi il più possibile sicuri.

L’uomo però è un organismo complesso, composto da una infinità di variabili in continua e costante interazione il cui comportamento è difficile da predire, perché le “proprietà emergenti” prodotte dall’intreccio delle sue componenti lo rendono unico.

La Teoria della Complessità ci aiuta a comprendere questa specificità dell’uomo, essa si è sviluppata a partire dagli anni 70 con gli studi soprattutto di Manfred Eggen premio Nobel per la chimica, Isabelle Stengers filosofa, Ilya Prigogine premio Nobel per la chimica, Murray Gell Mann premio Nobel per la fisica.

Questa teoria rappresenta i sistemi complessi, come è considerarsi l’uomo, come unici e quindi imprevedibili, alla ricerca continua di “adattamenti” progressivi con l’ambiente in equilibrio precario, fragili ma “resilienti”, cioè sufficientemente in grado di resistere alle perturbazioni che provengono dall’esterno, che si auto-organizzano ed auto-apprendono.

In questa prospettiva l’uomo è altamente instabile da un punto di vista statistico a causa dell’interferenza reciproca degli innumerevoli processi ed equilibri interni ed esterni, legati fra loro in un equilibrio dinamico, mutevole e non riproducibile..

In medicina a questa complessità intrinseca, caratteristica dell’individuo vanno aggiunti altri livelli di complessità perché nella realtà clinica è molto raro osservare una singola patologia come responsabile del quadro clinico, molto più spesso si osserva un “intreccio” di più patologie che producono una “nuova proprietà emergente”, una nuova malattia. Per approcciarsi a queste situazioni le evidenze spesso non sono sufficienti, occorre far ricorso alla capacità euristica delle narrazioni dei pazienti che così possono rappresentare il proprio vissuto, cosa realmente sentono, le aspettative le emozioni, i valori.

Il raccontarsi è una caratteristica specifica del genere umano “così come i ragni tessono tele, i castori fanno le dighe, gli uomini raccontano storie” scrive Dennett, per Gottshall l’uomo è un “racconta storie” tanto è vero che le grandi religioni, la scienza e l’amore sono descritte attraverso storie. Per Bruner l’uomo costruisce le proprie conoscenze attraverso la narrazione, essa è quindi potente strumento per descrivere, rappresentare e costruire la realtà.

In medicina le storie dei pazienti permettono ai clinici di cogliere l’unico, l’individuale, lo specifico per costruire progetti terapeutici appropriati, personalizzati, flessibili.

I pazienti a loro volta “raccontando” se stessi e la propria malattia danno forma e senso a questa esperienza descritta come “esperienza apicale “, perché densa di emozioni e paure.

Quindi è con le narrazioni che possiamo comprendere la complessità senza semplificarla o peggio banalizzarla, ma cogliendone le significatività per costruire, sulla base delle migliori evidenze.

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