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La scienza della vita extraterrestre

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Esistono altre forme di vita nell’universo oltre l’uomo? Questa domanda ha accompagnato il genere umano fin dai suoi albori. In particolare ha cominciato ad avere grande importanza da quando si é scoperto che l’universo é incredibilmente enorme, e che quindi, oltre al nostro sistema solare, ce ne sono moltissimi altri.

Tra le molte questioni che cerca di risolvere l’astrofisica, questa é di certo quella che ha attirato maggiore attenzione da parte della popolazione. Questo fin da quando, alla fine del XIX secolo, l’astronomo italiano Schiaparelli osservó per la prima volta con un telescopio dei canali sul pianeta Marte, che vennero erroneamente riconosciuti come canali artificiali. Il lavoro di Schiaparelli fu come una calamita per molti scrittori dell’epoca, che realizzarono numerosi romanzi fantascientifici , come “La guerra dei mondi” di Wells, i quali attirarono l’attenzione popolare in maniera incredibile, rendendo famoso il termine “Marziano”, usato stupidamente ancora oggi. Infatti in realtá sappiamo benissimo, grazie agli studi effettuati dai Rover, che Marte é privo di alcuna forma di vita intelligente.

Nonostante il progresso abbia escluso forme di vita intelligenti all’interno del sistema solare il problema della vita nell’universo rimane comunque al centro della comunitá scientifica. La volontá di cercare con metodo scientifico prove di vita extraterrestre é diventato ufficiale con la creazione, nel 1974, del SETI (Search for Extra-Terrestrial Intelligence), programma scientifico dedicato alla ricerca di segnali radio mandati da civiltá intelligenti. Il SETI diventó famoso nel 1977 quando Jerry Ehman, lavorando all’esperimento, captó un segnale della durata di 72 secondi e di probabile natura artificiale, proveniente dal’esterno del sistema solare e che chiamó, per lo stupore, segnale “Wow!”. Da quel momento il programma si impegnó moltissimo nella realizzazione di numerosi esperimenti dedicati alla ricerca di segnali cosmici artificiali, e non solo: Il SETI, utilizzando grandi radiotelescopi, si impegna di inviare a sua volta segnali radio nell’universo, nella speranza che qualche forma di vita evoluta possa captarli. É il caso, per esempio, del famoso messaggio di Arecibo, segnale radio artificiale mandato dall’omonimo radiotelescopio verso l’ammasso globulare M13, distante 25000 anni luce da noi. Questo messaggio é composto da 1679 cifre binarie, numero particolare perché prodotto dei numeri primi 23 e 73. In questo modo, se si vuole distribuire le cifre a formare un rettangolo, lo si puó fare solo in due modi differenti (23 righe e 73 colonne o 73 righe e 23 colonne). Disposte nel modo giusto le cifre creano un disegno, che sarebbe il vero e proprio messaggio, visibile nella figura in alto. A partire dall’alto verso il basso sono disegnati: il nostro sistema di numerazione (da 1 a 10), i numeri atomici dei primi elementi (Idrogeno, Carbonio, Azoto, Ossigeno e Fosforo), i nucleotidi del DNA e la rappresentazione della sua doppia elica, il disegno di un essere umano, la popolazione della terra, e i disegni del sistema solare e del radiotelescopio di Arecibo. Insomma un bellissimo messaggio che racchiude i grandi pilastri della scienza e della coscienza del genere umano.

Ma come mai impiegare tutte queste energie nel cercare qualcosa che potrebbe non esistere? In realtá gran parte degli scienziati é convinta che l’esistenza di forme di vita extraterrestri sia probabile, e questo é dovuto alle grandi dimensioni dell’universo. Infatti anche se le condizioni favorevoli allo sviluppo di una civiltá su un pianeta sono molto rare, il numero di stelle nell’universo ci fa essere ottimisti: considerando che ci sono in media 100 miliardi di stelle in una galassia, e che ci sono almeno 400 miliardi di galassie nell’universo, ci dovrebbero essere almeno 40000000000000000000000 di stelle nell’universo, ovvero 4 seguito da 22 zeri! Un ragionamento del genere in termini probabilistici é stato fatto da Frank Drake, che ha creato un’equazione in grado di stimare la probabilitá di trovare vita intelligente nell’universo in grado di comunicare con noi. Questa consiste nella moltiplicazione di piú fattori: Il tasso medio annuo con cui si formano nuove stelle nella Via Lattea, la frazione di stelle che possiedono pianeti, il numero medio di pianeti per ogni sistema solare in grado di ospitare forme di vita, la frazione di pianeti su cui effettivamente si sviluppa la vita, la frazione di civiltá in grado di comunicare con noi e, infine, la durata media delle civiltá evolute. L’equazione, che all’inizio puó sembrare banale, in realtá é molto accurata perché non solo si preoccupa di stabilire il numero di forme di vita dell’universo, ma il numero di civiltá con cui sará possibile un giorno stabilire un contatto. Infatti sappiamo che, anche se grazie alla grandezza dell’universo é molto probabile che ci sia vita in qualche distante galassia, la maggior parte di queste sono cosí lontane che non potremo mai raggiungerle, e quindi dobbiamo limitare la nostra attenzione alla nostra galassia o, volendo esagerare, a quelle piú vicine.

Anche se un giorno verremo a conoscenza di una forma di vita extraterreste, non dobbiamo peró aspettarci gli ominidi verdi che spesso sono raffigurati da film e romanzi fantascientifici. Infatti é molto probabile che la chimica nella formazione di vita su altri pianeti possa essere profondamente diversa. La branca della biologia che studia come potrebbero apparire esseri viventi di altri mondi é l’esobiologia, che ci mostra numerosi sistemi chimici e biologici alternativi al nostro. Per esempio, mentre la nostra chimica organica si basa sul Carbonio, elemento alla base di ogni essere vivente sulla Terra, in un altro pianeta potrebbe essere basata sul Silicio, con il quale ha molte caratteristiche in comune. Oppure potrebbe esseci un pianeta nel quale la vita invece che nascere grazie all’acqua nasca grazie al metano liquido. O, addirittura, potrebbero esistere altri tipi di DNA, con basi e struttura diversa. I ricercatori del Medical Research Council di Cambridge, in Gran Bretagna, della Katholieke Universiteit di Lovanio, dell’Arizona State University e della Syddansk Universitet di Odense, hanno di recente creato in laboratorio un altro tipo di DNA, lo XNA (Acido Xenonucleico), che potrebbe funzionare bene come sistema di trasmissione genetica. Quindi possiamo solo fantasticare su quali forme possono assumere gli esseri viventi extraterrestri, nati in altri pianeti con elementi, processi e condizioni ambientali completamente diverse dal nostro.

Inoltre, al contrario di come ci mostrano molti film fantascientifici, non dovremo aspettarci un evento catastrofico come conseguenza del contatto con civiltá extraterrestri. Infatti, a mio avviso, nonostante le diversitá in gioco l’unica cosa che potrebbe accomunarci a degli esseri viventi provenienti da un altro pianeta é la gioia di aver scoperto di non essere soli nell’universo, e la curiositá di capire a che punto si é evoluta la conoscenza nell’altra specie. Per questo ritengo senza senso avere paura di altre forme di vita, e che dovremo impergnarci al massimo per cercare prove dell’esistenza di civiltá intelligenti. Quindi, per adesso, non ci rimane che “tendere l’orecchio” verso lo spazio profondo, e aspettare di entrare in contatto con qualche misterioso essere che, come noi, brancola nel buio alla ricerca di dare un senso all’esistenza.

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