Home News Festa di Scienza e Filosofia 2014 L’Ulisse di Dante

L’Ulisse di Dante

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di Lorenzo Chiuchiù

Ulisse è uno dei grandi paradigmi dello spirito e della storia occidentale. Impossibile ripercorrere le innumerevoli trasposizioni che ne sono state fatte: sarebbe come ripercorrere una parabola che da Omero arriva fino a Joyce e a Arthur Clarke di 2001 Odissea nello spazio. Ulisse è cioè un generatore simbolico: produce realtà, apre spazi da colonizzare, grazie al suo travaglio viene indirizzata e si comprende buona parte della storia dell’Occidente.

L’Ulisse di Dante è una delle incarnazioni più potenti e decisive di questo paradigma.

Due sono i motori che inquietano la figura di Ulisse: il tema del ritorno e quello della conoscenza. In base a questi temi è possibile distinguere l’Ulisse di Omero da quello di Dante.

Se Per Omero il nostos, il ritorno, è l’essenza del viaggio e tutte le avventure non sono che tappe verso la meta, per l’Ulisse di Dante, divorato dal desiderio di conoscere, ogni ritorno non sarebbe che resa: la verità del viaggio è solo nel contenuto di esperienza e dunque di conoscenza che se ne ricava. Il fine ultimo non è il ritorno a casa, ma il conoscere per il conoscere. Se l’uomo è un animale razionale, se questa è la sua “semente”, allora qualsiasi altra impresa che non fosse la conoscenza sarebbe un tradire il proprio destino. E il viaggio della conoscenza, per Omero come per Dante, è tanto all’interno del cuore dell’uomo, quanto nello spazio e nel tempo.

“De remi facemmo ali al folle volo”, scrive Dante: i remi sono diventati ali e non puntano più verso Itaca ma verso l’Iperuranio. Il “folle volo” sembra rievocare Eros, il demone che nel Fedro dona le ali e, attraverso un particolare tipo di follia, di mania, può sospingere l’anima anche alla conoscenza.

E sempre Platone, nel Cratilo, spiega il duplice volto del desiderio: “quando è presente la cosa desiderata” (420 e) il desiderio si chiama himeros, quando è assente, si chiama pothos. Il desiderio che anima il “folle volo” di Ulisse è pothos, sempre al di là della realizzazione e oltre ogni principio di ragionevolezza: “né la pieta / del vecchio padre, né l’debito amore / lo qual dovea Penelopè far lieta, / vincer potero dentro a me l’ardore / ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto.” È una conoscenza che non ha altro traguardo che sfidare se stessa. Ed è per questo che oggi interrogare l’Ulisse di Dante significa anche interrogare il senso della conoscenza nel tempo in cui essa, ormai indistinguibile da una tecnica al di là di ogni ragionevolezza e disinteressata ad ogni esito determinato, è più convinta della propria onnipotenza.

Proprio da Foligno, dove l’11 aprile 1472 venne stampata la prima edizione della Commedia, chiederemo a Massimo Cacciari di condurci con Ulisse verso l’“alto mare aperto”.