Home News Festa di Scienza e Filosofia 2014 Perché è importante essere ignoranti

Perché è importante essere ignoranti

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di Piero Bianucci

Alla Columbia University di New York c’è un corso di Ignoranza. Lo tiene Stuart Firestein, che è anche professore di neuroscienze e direttore del Dipartimento di biologia. Immaginare come funzioni un corso di Ignoranza porta a paradossi curiosi. L’esame misura quanto si sa sull’ignoranza o quanto si ignora? Per gli studenti è meglio prendere 18 o 30 e lode?

Ancora: con quali criteri si organizza un concorso alla cattedra di Ignoranza? Come si forma la commissione? I suoi componenti dovranno essere di chiara fama o eterni precari? I candidati presenteranno una lista di pubblicazioni scadenti? Vincerà chi ha il curriculum peggiore?

Messa così non sembra una cosa seria. Invece lo è. Possiamo immaginare la conoscenza come un’isola che cresce in mezzo a un oceano che rappresenta l’ignoranza. All’inizio la scienza era un atollo piccolissimo, oggi è una grande isola divisa in varie regioni: fisica, chimica, biologia, informatica… E si allarga sempre più rapidamente. Ma attenzione: con la stessa velocità si allunga la sua linea di costa. Cioè il confine con l’oceano dell’ignoranza. Dunque, il prodotto finale della conoscenza è l’ignoranza. Però una “ignoranza informata”, che si configura come nuove domande, che a loro volta produrranno risposte, cioè conoscenza, e quindi altra ignoranza.

Fin qui è tutto abbastanza normale. Socrate insegnò che la vera conoscenza è sapere di non sapere e il cardinale Nicola Cusano (1401-1464) parlava di “dotta ignoranza”, intendendo che si può conoscere l’ignoto solo mettendolo in relazione con ciò che già si conosce, ma perché ciò avvenga, occorre avere qualche vaga conoscenza dell’ignoto; solo Dio possiede una conoscenza infinita.

E’ tuttavia necessario, un passo ulteriore, e Stuart Firestein lo fa: al di là dell’ignoranza che sappiamo di avere perché è il confine con il conosciuto (la linea di costa dell’isola), bisogna sapere che può esistere qualcosa che ignoriamo di ignorare. E’ un po’ come se, dalla costa dell’isola vedessimo soltanto oceano e oceano e oceano: ciò non significa che oltre l’orizzonte non ci siano altri continenti, cioè l’ignoto immerso nell’ignorato. Questa è una “dotta ignoranza” di secondo livello. Una meta-ignoranza o, da un altro punto di vista, una meta-conoscenza.

Firestein, da buon americano, non si avventura in ragionamenti così sottili, tipici della filosofia europea. Però coglie il bersaglio quando sostiene che la scienza progredisce tanto più rapidamente quanto più gli scienziati prendono consapevolezza della loro ignoranza e – ancora meglio – del fatto che esiste una ignoranza che ignorano.

Oggi quasi tutti i ricercatori lavorano chiusi dentro le soffocanti pareti della specializzazione. In un suo libro Firestein ricorda che nel 2002 “sono stati archiviati nel mondo cinque exabyte di informazioni, cioè quanto basta a riempire la Biblioteca del Congresso Usa trentasettemila volte”. Ma dal 2002 “questo dato è cresciuto di un milione di volte”. Nessuno potrà mai dominare una tale massa di informazioni neppure nell’ambito della propria disciplina. Figuriamoci che cosa potrà sapere delle discipline altrui. Eppure le cose più interessanti (le scoperte) si fanno sulla frontiere tra scienze diverse. Una dotta ignoranza dovrebbe portare a questa consapevolezza. Se poi si vuole davvero scoprire qualcosa di rivoluzionario, serve la meta-ignoranza: sapere che può esserci qualcosa che ignoriamo di ignorare.

La lezione di Firestein si applica bene a una grande domanda: l’universo e il tempo sono finiti o infiniti? Vedremo con un excursus storico come la questione sia stata stimolante proprio perché ci ha fatti scontrare con la nostra ignoranza.

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