Home In evidenza Coscienza naturale, coscienza artificiale, coscienza autentica

Coscienza naturale, coscienza artificiale, coscienza autentica

2749
0
SHARE

di Giuseppe Trautteur
Testo estratto da “Sistemi intelligenti”, Il Mulino

Giuseppe Trautteur
Giuseppe Trautteur

Preliminari terminologici

La coscienza artificiale (è in uso anche la locuzione, forse sinonima, machine consciousness) non è una attività di ricerca bene assestata come l’intelligenza artificiale, ma sembra condividere con quest’ultima scopi e metodi benché traslati dalla scivolosa intelligenza alla ancor più ineffabile coscienza. Comunque coscienza è inteso come consapevolezza e non come coscienza morale. In inglese quest’ultima si dice conscience, coscienza si dice consciousness e consapevolezza si dice awareness. È conveniente, dunque, distinguere, tra coscienza e consapevolezza? Forse no e allora awareness sarebbe «stato vigile» o «di veglia». È irresistible, ma induce in errore, la tentazione di classificare queste facoltà dell’anima lungo una scala verticale con il bene in alto: come per esempio nella usatissima locuzione higher order consciousness. Oppure in: «gli animali hanno sì coscienza, ma in gradi diversi e minori dell’uomo». Ulteriori ambiguità sorgono con «autocoscienza» o «autoconsapevolezza» (meno usato). Frequentemente l’autocoscienza viene ritenuta un grado superiore, in quella tale scala, di coscienza. Ritengo che non si possa distinguere fenomenologicamente tra coscienza e autocoscienza. Quest’ultima viene confusa con l’introspezione, che è tutt’altra e ben più semplice cosa.

Artificiale, naturale o autentica?

Per il processo cognitivo la nozione di autenticità non si pone e il resoconto verbale corretto – in senso lato, cioè le prestazioni «intelligenti» quali sono, per esempio, molte procedure simboliche nei pacchetti Mathematica, MATLAB, Maple V e altre, i giocatori di scacchi, dama, backgammon, ecc., i sistemi sensomotori industriali e militari, ecc. – esaurisce la relativa fenomenologia. Per il processo consapevole, invece, soddisfacenti resoconti verbali di un ipotetico ente artificiale e consapevole lascerebbero aperto il problema della sua consapevolezza. Cioè della sua esperienza in prima persona. A questo scopo furono introdotti gli zombie filosofici, ma ove questi non fossero solo zombie, e avessero cioè come me, e forse te lettore, vera esperienza personale cioè la phenomenal consciousness di Block (1995) a) questa esperienza, a meno di ipotesi fantascientifiche di coscienze «altre», sarebbe altrettanto autentica della mia e b) non si saprebbe comunque se l’avessero. Il problema è che nessuno dubita (insomma) che ogni resoconto verbale possa essere correttamente ottenuto in silico, ma l’esperienza? Siamo di fronte a un muro di cemento armato. Tuttavia avere resoconti verbali soddisfacenti sarebbe già un risultato sensazionale.


main_what_is_consciousnessFondamenti teorici

Non ce ne sono né per la coscienza umana, né per quella artificiale. Esistono tuttavia molte, forse troppe, proposte teoriche. Molte di queste seguono un approccio meramente linguistico o sociologico. Vi si gioca su parole deboli quali supervenience, constitutivity, action, ecc. e invariabilmente il problema della soggettività, o della prima persona, viene tacitamente presupposto: petizioni di principio ben mascherate. Ne elenco, allora, alcune che sono lontane da questo approccio:

– la Global Workspace Theory di Baar (1997);
– l’approccio enactive o sensorimotorio di O’Regan e Nöe
(2001);
– il notevole lavoro di Dennett e Kinsbourne (1992) sulla ipotesi,
ma qui si potrebbe dire scoperta, della multithread theory;
– la teoria fondata sugli «strani anelli» di Hofstadter (2007),
– il lavoro prudente e al tempo stesso molto innovativo di Damasio
(20003).

In tutte queste proposte c’è una forte componente algoritmica o perlomeno di elaborazione simbolica fisicamente effettiva, che spesso si distingue positivamente dalla moda di un generico embodiment; certamente vi si trovano l’autoriferimento e l’introspezione, come pure notevoli studi, confronti e prese in carico delle funzionalità neurofisiologiche e delle loro patologie. Tuttavia, tutte queste proposte cadono – quale più, quale meno – sulla pretesa di spiegare, in terza persona, la soggettività consapevole, anche se alcune modalità di questa facoltà dell’anima ne sembrano illuminate.

Possibilità di realizzazione

Inesistenti. Forse l’artefatto più vicino alla coscienza, e certamente dotato di una mente inconscia ostile all’utente, e verso il quale quest’ultimo esercita la dennettiana intentional stance, è il «sistema operativo».

Controfattuali

Se però si riuscissero a realizzare artefatti non zombie, quindi autenticamente consapevoli, sarebbe interessante sperimentare con entità sia con che senza l’incoercibile illusione del libero arbitrio per confrontarne i resoconti verbali e vedere cosa direbbe una entità che, scegliendo liberamente fosse consapevole di non possedere libero arbitrio. Ma sarebbero sperimentazioni lecite?