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Il tragico rogo della biblioteca INION di Mosca

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Nelle scorse settimane nella Pagina Facebook della Festa di Scienza e Filosofia avevamo diffuso la notizia dell’incendio che ha distrutto parte della biblioteca INION di Mosca contenente un vero e proprio tesoro di volumi scientifici. Abbiamo chiesto al prof. Silvano Tagliagambe, ospite della Festa di Scienza e Filosofia 2015 e frequentatore della biblioteca INION di fornire una sua testimonianza.

di Silvano Tagliagambe

Silvano Tagliambe
Silvano Tagliambe

C’è un quartiere di Mosca al quale è dedicata un’operetta di Dmitrij Šostakovič: si chiama Čerëmuški (nome che derivare probabilmente dai ciliegi – čerëmuchi – abitualmente presenti nell’area) ed è situato nel distretto sud-occidentale della città.
La vicenda da cui prende spunto la composizione musicale, piena di humour e delicato romanticismo, descrive un quadro tipico della Russia ai tempi di Chruščёv: le peripezie di alcune giovani coppie per entrare in possesso di un appartamento assegnato in quel quartiere-dormitorio, complicate dall’odiosa burocrazia, da un amministratore disonesto e dalla sua capricciosa moglie. La musica è uno straordinario mix di canzoni popolari, musiche da ballo, musical, operetta, sapientemente orchestrato.
L’interesse della trama sta nel fatto che essa ricostruisce la storia di uno spicchio della capitale della Russia in questi giorni agli onori delle cronache per l’incendio della biblioteca dell’Istituto accademico dell’Informazione scientifica sulla Scienze Sociali (INION), avvenuto nella notte fra venerdì 30 e sabato 31 gennaio.
Dopo la morte di Stalin nel 1953, per far fronte alla catastrofica insufficienza delle abitazioni, il nuovo segretario del PCUS Nikita Sergeevič Chruščёv sancì ufficialmente la fine del grandioso piano della Ricostruzione Generale di Mosca, promosso da Stalin nel 1935. Oltre alla costruzione dei grandi grattacieli sugli incroci delle maggiori vie della capitale e all’inaugurazione, proprio nel 1953, della nuova sede dell’ Università Statale di Mosca sul punto più alto della città – le Colline Lenin (ex Colli dei Passeri), dove tutti i villaggi e siti storici erano stati per questo rasi al suolo, questo piano aveva portato all’edificazione delle stalinki, o palazzi staliniani per abitazioni elitarie. Si trattava di stabili realizzati dalla fine degli anni ’30 fino alla metà degli anni ’50, prevalentemente in stile neoclassico. La loro caratteristica principale è data dalle maestose dimensioni e dalla monumentalità. Soffitti alti fino a 2,9-3,2 metri, ampi davanzali, muri spessi. Il più delle volte gli appartamenti erano composti da 3-4 stanze ed erano di due tipi: quelle destinate agli strati elevati della società sovietica e quelle per i lavoratori. Nelle prime, costruite per la cosiddetta nomenklatura, vivevano prevalentemente funzionari di partito, dirigenti, alti gradi dell’esercito, funzionari dei servizi segreti ed eminenti rappresentanti dell’intelligencija tecnica e artistica. Questi palazzi dallo stile architettonico classico erano intonacati e decorati con stucchi e venivano eretti nel centro della città, in prossimità di piazze. Il più delle volte erano costruiti su progetti individuali. Ora sono diventati una delle attrazioni della città.
Poco dopo la morte di Stalin la «Direttiva per lo sviluppo della costruzione di edifici ad uso abitativo nell’URSS», decretata dal Comitato Centrale del Partito Comunista dell’URSS e dal Consiglio dei Ministri nel 1953, e poi sviluppata nel 1957, liquidò il suo piano come espressione di ”eccessi architettonici”, stabilì l’abolizione dell’Accademia di Architettura voluta da Stalin in persona, per sostituirla con una modesta “Direzione per l’Edilizia”, e promosse un nuovo programma di edilizia abitativa che prevedeva la costruzione di una enorme quantità di “case a dimensione ridotta” ovunque in tutte le città dell’URSS. A Mosca, al posto di storici villaggi suburbani come era appunto Čerëmuški, eliminati come tanti altri insieme ai resti di residenze nobili di campagna, vecchie fabbriche storiche, monasteri e chiese, cimiteri, parchi e boschi, sorsero interi quartieri di tali abitazioni, subito soprannominati dal folclore “chruščioby” (il misto del nome del leader e del termine russo per “favelas” – “truščioby”).

L'incendio alla biblioteca INION di Mosca
L’incendio alla biblioteca INION di Mosca

Sono condomini di quattro piani, di pannelli prefabbricati, sullo stesso progetto. Più avanti se ne costruirono anche di otto piani e “modelli di lusso” di mattoni. L’altezza del soffitto è di 2,5 metri, la superficie totale è di 29 metri quadri (versione “lusso” era di 42 m.q.). Per molte famiglie russe la “chrusčioba” è stata la prima casa con la cucina e il bagno, loro e di nessun altro. Dal 1955 in poi le autorità sovietiche non hanno mai smesso di costruirle, e per il 1985 sono stati edificati circa 300 milioni di metri quadri di spazi abitativi di questo tipo.
In un quartiere di questo genere spiccava un edificio che attirava subito lo sguardo. Era stato costruito negli anni sessanta su Nakhimovskij Prospekt in pietra bianca e vetro, un ponte verso l’entrata gettato sopra una piscina, e un tetto puntellato da decine di oblò di vetro che anche nei giorni invernali inondavano di luce gli open space e le sale con le scale sospese nell’aria. Sulla facciata, la sigla “INION”, istituto di ricerca nato attorno alla biblioteca che, fondata subito dopo la rivoluzione bolscevica, nel 1918, come Biblioteca dell’Accademia Socialista, era stata lì trasferita. Essa custodiva un esemplare di ogni rivista, giornale o volantino usciti dalle stampe. Il suo nucleo proveniva da antiche collezioni dell’Accademia delle Scienze Commerciali, del Liceo Katkov, dal Comitato della Borsa, dal patrimonio di circoli artistico-letterari, di biblioteche economiche private, a cui si erano aggiunte nel corso degli anni preziose acquisizioni. Con più di 14 milioni di titoli, tra i quali rari testi medievali in lingue europee e orientali antiche e moderne, documenti dell’Onu e dell’Unesco, la raccolta completa di resoconti parlamentari americani (dal 1789), italiani (dal 1897) e britannici dal (1803), atti della Lega delle Nazioni, dell’Onu e dell’Unesco, la biblioteca era la più fornita non solo in Russia, ma in Europa per quel che riguarda il settore politico e sociale. Era la seconda per dimensioni e importanza a Mosca dopo la biblioteca Lenin, la quarta a livello nazionale. Manteneva uno scambio di libri con 874 partner in 69 Paesi ed era il punto di riferimento per tutti i ricercatori che volevano consultare riviste specializzate in diversi settori o avere accesso a documenti unici.
Ho auto modo di frequentarla anch’io negli anni ’69 e ’70, quando ero a Mosca per seguire un corso di perfezionamento in fisica sotto la direzione, prima all’università Lomonosov, alle colline Lenin, sotto la direzione di Ja. P. Terleckij, e poi all’Accademia delle scienze dell’URSS, con la supervisione di V.A. Fock e M. E. Omeljanovskij. Anche se il mio campo di ricerca era l’interpretazione della meccanica quantistica ho cominciato a occuparmi pure di autori appartenenti a differenti ambiti disciplinari: Lotman e Lurija ad esempio. Lurija, grande psicologo, era uno degli esponenti della cultura del tempo che maggiormente sviluppava il pensiero di Vigotskij anche sulla base dei suoi studi di neuroscienze. Questo ampliamento dei miei interessi fu stimolato dal fatto che in quello stesso periodo lavorava e si perfezionava a Mosca con una borsa di studio analoga alla mia Luciano Mecacci i cui interessi erano orientati verso la psicologia, cercando, nello specifico, di recuperare il Vigotskij autentico, dato che la sua opera Pensiero e Linguaggio era stata pubblicata in Russia durante il periodo staliniano in una versione estremamente purgata e manipolata del suo pensiero.
Di seguito, soprattutto nei cinque anni successivi in cui fui sempre ospite per un mese estivo presso l’Accademia delle Scienze dell’URSS, ho cominciato a occuparmi di questioni riguardanti l’analisi del testo, la letteratura e la critica letteraria: Lotman mi permise di centrare in contatto con il pensiero e l’opera Bachtin; Lurija mi portò a conoscere gli psicologi russi più rappresentativi, e via via ho cominciato ad approfondire il pensiero scientifico e culturale russo in tutti i suoi aspetti, arrivando poi anche alla letteratura di Dostoevskij, di cui mi aveva colpito in modo particolare la controversia con Sečenov sul problema del rapporto mente-cervello. Poi mi dedicai allo studio di filosofi molto rappresentativi e dal carattere enciclopedico come spesso capita nel pensiero russo: mi riferisco in particolare a Florenskj, e a scienziati altrettanto enciclopedici e significativi come Vernadskij.
Fu così che, oltre alla biblioteca Lenin, cominciai a frequentatore sempre più spesso anche la Inion: e oggi mi colpisce e mi addolora sapere che una quantità ancora imprecisata, ma che secondo le prime stime supera il 20%, di libri, documenti e antichi manoscritti sono stati seriamente danneggiati, se non ridotti in cenere, a causa prima del fuoco, che si è accanito contro di essi per più di ventiquattro ore, e poi dell’acqua e della schiuma degli estintori.