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La coscienza delle macchine

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di Simone Gozzano

Simone Gozzano
Simone Gozzano

L’immagine di senso comune che abbiamo della coscienza è semplice e naturale. Tuttavia, purtroppo per noi, è in buona parte sbagliata. Pensiamo alla coscienza come a una sorta di faretto spot, un punto di attenzione che rende saliente questo o quell’avvenimento, esterno o interno al corpo che sia. O anche a una specie di occhio interno, un occhio della mente. Quest’ultima metafora si rivela ben presto sbagliata: se la coscienza è un occhio della mente, di chi è quest’occhio? L’idea che appartenga a una sorta di “cervello della mente” rende immediatamente evidente che stiano generando un cosiddetto regresso all’infinito: l’occhio fisico è connesso al cervello, il quale ci rende coscienti tramite l’occhio della mente, a sua volta connesso a un cervello della mente e via dicendo, appunto all’infinito.

Al fine di evitare di cadere in queste trappole cognitive, ingegneri ed esperti di intelligenza artificiale si sono avviati per una strada alternativa: provare a costruire un congegno che soddisfi quelli che riteniamo essere dei requisiti per la coscienza artificiale. Più che di coscienza nelle macchine, dunque, è meglio parlare di modellizzazione meccanica della coscienza, ossia del tentativo di creare dei modelli meccanici, magari robotici, di alcune delle caratteristiche centrali della coscienza umana. L’approccio alla base è definito metodo sintetico: molte competenze diverse devono essere combinate assieme per poter interagire in maniera efficace. Così, esperti di visione e di cinematica del comportamento, analisti del linguaggio e ingegneri che si occupano delle tecniche per il recupero delle informazioni nella memoria devono saper collaborare e confrontarsi, redigere teorie in grado di stabilire ponti e connessioni con gli altri campi di conoscenza che non sono di loro competenza.

Tuttavia, controllare i dati provenienti dal mondo e i propri stati interni, come fanno molte macchine, sembra essere un compito ben dissimile dall’avere una coscienza. Quest’ultima è infatti spesso associata alla capacità di considerare introspettivamente cosa accade dentro di noi, come suggerisce la metafora del faretto spot. La caratteristica principale di ciò che accade dentro di noi non è altro che la proprietà qualitativa che distingue una percezione dall’altra. I filosofi hanno un termine specifico per trattare le proprietà qualitative, li chiamano qualia (dal latino). Una componente dei qualia è “facile” da trattare con le macchine, e questa è la capacità di considerare aspetti qualitativamente simili per mezzo di parametri controllabili. Ma esiste anche un problema “difficile”, come sostiene il filosofi australiano David Chalmers, ed è capire perché quella circuiteria così connessa ha quelle proprietà qualitative e non altre. A giudizio di questo studioso, le prospettive per meccanizzare o informatizzare il problema difficile sono oscure per non dire del tutto fuori dalla portata delle nostre capacità di sintesi. Il problema difficile, a detta di Chalmers, individua una proprietà fondamentale dell’universo, la capacità di alcuni esseri di cogliere qualità, e andrebbe posta tra le altre proprietà fondamentali come la carica elettrica o la massa. Dunque, nessuna possibilità di informatizzazione.