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Nello Spazio l’Europa è davvero unita

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Intervista a Roberto Battiston, presidente Agenzia Spaziale Italiana
Articolo di Alessandro Aresu tratto da “Limes

Roberto Battiston
Roberto Battiston

Ultimamente, le politiche spaziali hanno attirato una rinnovata attenzione pubblica. Prima c’è stato l’atterraggio, il 12 novembre scorso, del lander Philae sulla cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko nell’ambito della missione Rosetta dell’Agenzia Spaziale Europea – a 510 milioni di chilometri dalla Terra.
Il 23 novembre è avvenuto da Bajkonur il lancio di Soyuz, con cui la prima astronauta italiana, Samantha Cristoforetti, ha raggiunto la Stazione spaziale internazionale (Iss). Il 2 dicembre, si è tenuta la conferenza ministeriale dell’Agenzia Spaziale Europea, i cui paesi membri hanno deciso le strategie dei prossimi dieci anni, in uno scenario geopolitico fortemente condizionato dall’ascesa delle potenze emergenti e degli operatori privati. Fino al 15 dicembre, cinquantenario del lancio del San Marco-1, il primo satellite italiano.
Di questi temi abbiamo discusso con Roberto Battiston, ordinario di fisica sperimentale all’Università di Trento e presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana.

LIMES – Dopo Rosetta e oltre Rosetta, qual è lo stato di salute dell’Europa della ricerca spaziale?
BATTISTON – La ricerca spaziale è programmata su tempi molto lunghi. Lo straordinario evento del 12 novembre è stato il risultato di un programma pluridecennale. Nel frattempo l’attività dell’Agenzia Spaziale Europea si è sviluppata approvando molte missioni scientifiche, di cui due sono “large” e altre tre di “classe media”, con l’obiettivo di approfondire temi di maggior interesse scientifico nello studio dell’universo, come le caratteristiche degli exoplaneti; la distribuzione della materia nell’universo, in particolare di quella cosiddetta oscura, componente sei volte più abbondante della materia ordinaria; lo studio dei fenomeni estremi che caratterizzano lo sviluppo dell’universo. Sono solo alcuni esempi delle ricerche che vengono sviluppate dall’Agenzia Spaziale Europea con le risorse e la partecipazione delle Agenzie nazionali. Il programma scientifico europeo è quindi molto vivace e si è sviluppato senza aspettare Rosetta, missione che comunque testimonia fin dove possiamo arrivare.

LIMES – Quali sono le prossime tappe?
BATTISTON – Uno dei programmi più importanti per l’Italia è Exomars. Si tratta di due missioni successive che realizzano su Marte quello che Rosetta e Philae hanno hanno fatto con la cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko: la prima missione mette in orbita un primo satellite nel 2016 e effettua una prova della tecnologia di atterraggio; la seconda, prevista nel 2018, depositerà un rover che avrà a bordo un trapano in grado di perforare il pianeta rosso fino a due metri di profondità. Anche in questo caso il trapano per la perforazione sarà di fabbricazione italiana, realizzato dalle stesse industrie che hanno lavorato per Philae. Questo trapano ci permetterà di cercare in profondità le tracce di una possibile vita su Marte.

LIMES – L’Unione Europea vive una pesante crisi di fiducia. Questo si ripercuote sulla ricerca e sull’industria spaziale? Esiste una divisione tra “nordici” e “mediterranei” nello spazio?
BATTISTON – No, lo spazio è per sua natura globale. Quando siamo nello spazio, le frontiere non esistono più. Non ci sono Nord e Sud. L’impresa spaziale attraversa i confini. Proprio perché richiede fenomeni di scala, in Europa, come negli Stati Uniti, si sono formati grandi agglomerati come Airbus e Thales-Alenia che si confrontano sull’intero mercato europeo. Secondo alcuni la presenza di due imprese spaziali in grado di integrare grandi satelliti potrebbe addirittura essere eccessiva vista la dimensione del mercato europeo.

ariane-5-launch-1600LIMES – In che modo l’Europa può essere competitiva e che implicazioni ha questo processo per l’Italia?
BATTISTON – Facciamo l’esempio dei lanciatori. Attualmente in ambito europeo ne abbiamo tre (Ariane 5, Soyuz e Vega), tutti lanciati da Kourou, con costi che risentono del fatto che ogni lanciatore è diverso dall’altro. Con l’avvento di SpaceX, la compagnia privata fondata da Elon Musk, e con la rapida crescita dei paesi emergenti, la concorrenza è diventata molto serrata e ha messo a rischio l’egemonia che l’Europa aveva in quest’ambito. In questi anni c’è stata una grande discussione tra i due paesi europei lanciatori – Francia e Italia – e la Germania, per cercare inutilmente di elaborare una strategia comune sul futuro dell’Ariane (Ariane 6) e del Vega (Vega-C). Durante l’estate 2014 c’è stato però un tour de force cui l’Italia ha dato un contributo fondamentale. Si è anche creata una convergenza industriale, nella forma di una joint venture, tra le due imprese principali impegnate sull’ Ariane 5, Airbus e Safran, per affrontare in modo più competitivo la sfida statunitense. Sono particolarmente contento di aver partecipato a una lunga e intensa discussione, a tratti difficile, che ha portato il 13 novembre a un accordo tra i tre principali paesi dell’Esa per accettare un programma (Ariane 6/Vega-C) che presenta finalmente elementi comuni tra i vari lanciatori ed è quindi molto più competitivo. Il motore solido del lanciatore italiano Vega, che si chiama P80, evolverà in un più potente P120 in grado di fornire maggiore spinta e diventerà la base per la parte a motore solido dell’Ariane 62 (versione di media dimensione con due motori) e dell’Ariane 64 (versione a grande dimensione con quattro motori). Si tratta di un risultato importante per l’Europa e per la nostra competitività. Quando ci sono grossi interessi in gioco, come il libero accesso allo spazio, l’Europa sa fare fronte comune, come ha dimostrato il 2 dicembre.

LIMES – Quali sono gli interessi dell’Italia?
BATTISTON – Gli interessi italiani sono ovviamente nei campi in cui l’industria spaziale nazionale è forte. È un’industria estremamente apprezzata a livello internazionale: non è un caso, infatti, che buona parte dell’industria spaziale italiana è stata acquistata o partecipata da investitori stranieri. Le aziende esclusivamente nazionali rappresentano una piccola frazione. Inoltre, si tratta di un’industria con fatturati dovuti a ordini privati che superano in modo importante (di un fattore da due a quattro a seconda dei settori) il fatturato dovuto ai programmi istituzionali finanziati da fondi pubblici. Lo spazio, quindi, produce ricchezza, come dimostrano vari studi tra i quali il recente lavoro sull’economia dello spazio dell’Ocse. Certo, ci sono componenti delle attività spaziali, come quella puramente scientifica, in cui il profitto non è così elevato ma le ricadute applicative (telecomunicazioni, navigazione, osservazione della terra) generano un ritorno economico davvero importante. In Italia, siamo forti nelle infrastrutture spaziali (più del 50% degli spazi abitati della Stazione spaziale internazionale sono realizzati a Torino da Thales, mentre Alenia Space è attiva anche nei moduli pressurizzati della navicella Cygnus, oggetto di un recente ordine privato di circa 140 milioni di euro della statunitense Orbital). Siamo forti nell’osservazione della terra, monitorando 24 ore su 24 anche col cielo coperto e con accuratezza di un metro il dettaglio del territorio: la costellazione Cosmo Sky Med è utilizzata frequentemente dalla Protezione Civile, in particolare per le ultime emergenze idrogeologiche. Siamo forti nell’elettronica, nella strumentazione scientifica, nei lanciatori. Solo negli ultimi due mesi: Elv/Avio ha ottenuto un ordine per 10 Vega di un valore di 256 milioni di euro e sono stati firmati contratti industriali per il programma satellitare meteorologico MetOp-Sg (seconda generazione) per altri 200 milioni. Per giocare un ruolo importante è essenziale continuare a investire, altrimenti il declino è inevitabile. Gli inglesi, cogliendo le opportunità strategiche e commerciali del settore spaziale, negli ultimi anni hanno raddoppiato gli investimenti. Una politica industriale legata al finanziamento pubblico è inevitabile, dato il livello della competizione. Abbiamo quindi una certezza: chi smette di stimolare l’attività industriale tramite investimenti pubblici si trova rapidamente ai margini del sistema produttivo internazionale.

LIMES – Che significato ha il fatto che l’Europa sia arrivata “prima” degli Stati Uniti su una cometa?
BATTISTON – A Darmstadt abbiamo ricevuto un messaggio dal responsabile americano che diceva “We are on the Comet”. Stavolta con “We” non intendeva la Nasa, ma noi europei, di cui ora gli americani riconoscono pienamente il valore. Anche se il bilancio Nasa è più del triplo di quello europeo, la qualità dei risultati è straordinaria. Alla base di tutto c’è sia ammirazione che competizione tra i due lati dell’Atlantico. Per gli aspetti legati alla difesa gli interessi in gioco possono però essere contrastanti: pensiamo a Galileo, dove la crescita dell’Europa ha sempre impensierito gli americani.

LIMES – Le tensioni tra Stati Uniti e Russia si riflettono sui rapporti spaziali? L’industria dello spazio soffre per l’embargo?
BATTISTON – La tradizione di mezzo secolo della Russia nello spazio fa sì che alcune competenze dell’Europa passino dal sistema russo-ucraino. Alcune ditte si trovano in Russia e subiscono i problemi relativi all’embargo, altre sono in Ucraina e soffrono dell’influenza dei russi. Se le tensioni dovessero continuare, in alcuni ambiti vi sarebbe un effetto negativo sulla capacità sia dell’Europa sia degli Stati Uniti. Per esempio, alcuni missili del sistema privato americano, ma anche di quello europeo e italiano, si basano sulla motoristica russa; in caso di deterioramento delle relazioni internazionali occorrerebbero anni per svilupparne di nuovi.

LIMES – È possibile che i russi blocchino l’accesso degli astronauti americani ed europei alla Stazione spaziale internazionale attraverso Sojuz?
BATTISTON – Non credo. La Stazione spaziale, essendo nata prima del crollo del muro di Berlino, è fra tutte le questioni quella maggiormente protetta dai problemi politici. Inoltre ci sono interessi economici, dato che ogni astronauta occidentale lanciato in orbita rende diverse decine di milioni di dollari al sistema russo.

LIMES – Quale sarà la geopolitica dello spazio tra vent’anni?
BATTISTON – Tra vent’anni avremo i cinesi in orbita permanente, con ogni probabilità con una loro stazione spaziale. Questo anche a causa della determinazione con cui gli americani si sono opposti all’ingresso della Cina nella Stazione spaziale internazionale (segnando la seconda grande opposizione all’integrazione della Cina nel contesto spaziale internazionale, dopo quella relativa a Galileo). Tra vent’anni, la Cina e l’India saranno state sulla Luna. Sulle missioni interplanetarie avremo probabilmente alcune sorprese, per esempio dagli Stati arabi o da paesi fuori dalla cartina attuale dello spazio. Non mancheranno Stati Uniti ed Europa nella nuova geopolitica dello spazio, ma occorre capire cosa faranno. La Stazione spaziale internazionale avrà raggiunto un esaurimento di tipo tecnico. Stati Uniti ed Europa hanno almeno due esigenze. La prima è trovare un accordo, perché se ciascuno andrà per la sua strada sarà difficile per noi come per gli Stati Uniti fare il passo successivo nell’esplorazione del sistema solare. La seconda è quella di individuare un progetto preciso fra quelli considerati di recente, come formare una colonia sulla Luna, raggiungere un asteroide, oppure realizzare una nuova stazione spaziale in orbita circumlunare.