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Neuroetica e la sfida del “punto di vista morale”

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di Paolo Benanti

Paolo Benanti
Paolo Benanti

Una nuova disciplina ha iniziato ad affacciarsi negli atenei di tutto il mondo: la neuroetica. Questa disciplina nasce dalle neuroscienze, cioè da quel campo interdisciplinare di studi che si occupa dell’anatomia, della fisiologia, della biochimica, delle patologie del sistema nervoso centrale e periferico, dei suoi effetti sul comportamento e delle esperienze mentali. In altri termini le neuroscienze e la neuroetica cercano di spiegare la relazione tra mente e cervello. Per poterci addentrare nei contenuti di questo insegnamento ci sia permesso di partire, a mo’ di metafora, da un racconto appartenente al bagaglio culturale condiviso di tutto l’Occidente:

a un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento, due imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, sottile, leggero e meraviglioso, con la peculiarità di risultare invisibile agli stolti e agli indegni. I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all’imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L’imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché. Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini che applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano. L’incantesimo è spezzato da un bimbo che, sgranando gli occhi, grida: “ma non ha niente addosso!”.

La fiaba conosciuta con il titolo de “I vestiti nuovi dell’imperatore”, con il grido del bimbo «Il re è nudo!», denuncia una situazione paradossale in cui una maggioranza di osservatori sceglie volontariamente di non far parola di un fatto ovvio a tutti, fingendo di non vederlo.
Volendo esplicare la metafora possiamo dire che, con l’aiuto delle neuroscienze, sembrerebbe che il soggetto e la sua mente, il tanto declamato concetto di persona, che ha dato forma alla nostra cultura, sia scomparso. Il re è nudo annuncia il fatto che del Sé, della mente razionale, non sembra essere rimasto nulla. E se il re è nudo, se la persona non esiste, la sua aura di mistero e di autorevolezza rischia di dissolversi. Una volta diffusa la voce, gli si obbedirà ancora? Qualcuno prenderà il suo posto? Come ci si organizzerà per il futuro?
Abbandonando la metafora dobbiamo registrare che il progredire della ricerca ha fatto sì che ultimamente si sia potuto affermare che, sebbene le neuroscienze siano ben lungi da aver mostrato tutti i meccanismi e i funzionamenti, del cervello conosciamo abbastanza perché si possano tentare di spiegare (o meglio dissolvere secondo le interpretazioni più radicali) questioni e misteri che dagli albori dell’umanità accompagnano la nostra consapevolezza di essere uomini: libertà, responsabilità, moralità e spiritualità non sarebbero più elementi che caratterizzano la persona, espressioni di ciò che si è chiamato anima o mente ma solo fenomeni dovuti a combinazioni biochimiche nel cervello, sottoposti a leggi meccanicistiche che ne renderebbero prevedibile e controllabile il funzionamento.
Forse la monarchia del Sé, come era propugnata da Cartesio in poi, deve lasciare il posto a una rumorosa democrazia di una pluralità di entità sub-personali, l’attivazione differenziale di diversi circuiti cerebrali, che in competizione tra loro si contendono il controllo della coscienza e determinano il nostro agire e pensare.
A questi nuovi interrogativi neuroetici siamo chiamati a rispondere inserendoli in una cornice di senso nel sapere etico e filosofico che ereditiamo sapendo che “il punto di vista morale è il modo più umano di considerare l’esistenza. In ogni problema umano vi è una valutazione morale” (V. Jankelevitch). Questa è la sfida, alla nostra ricerca e riflessione è affidata la ricerca di una risposta.