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Vedere VS Guardare: non c’è vero Genio senza attenzione

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vedere guardare piero bianucci

di Piero Bianucci
Brano tratto dal libro “Vedere, guardare. Dal microscopio alle stelle, viaggio attraverso la luce”, P. Bianucci, Utet

Piero Bianucci
Piero Bianucci

Per tutelare la sicurezza dei ciclisti l’azienda dei trasporti pubblici di Londra si è affidata a un test psicologico. Lo trovate su innumerevoli siti internet, il filmato dura un minuto. Mostra una partita di pallacanestro e invita a contare i palleggi tra i giocatori. Mentre la palla passa di mano in mano, un orso (finto) saltella da un lato all’altro del campo. Meno di una persona su 10 se ne accorge. L’attenzione è tutta tesa a contare i palleggi e rimuove ciò che il cervello considera un disturbo. Il messaggio è semplice ed efficace: l’automobilista è predisposto a vedere le altre auto, non i ciclisti che sbucano all’improvviso (in Italia anche contromano). Vedere non è guardare.

Mentre il “vedere” è una funzione per così dire sempre accesa che quasi non avvertiamo più, il “guardare” implica una intenzionalità. Passeggiando “vedo” la città intorno a me, ma “guardo” quel paio di scarpe in una vetrina. Il test dell’orso l’ha concepito nel 1999 Daniel Simons, direttore del Visual Cognition Lab della University of Illinois, ed ha avuto grande successo perché è buffo e divertente. Un altro psicologo, Trafton Drew della Harvard Medical School, ne ha tratto una versione meno ludica. Ha inserito la minuscola immagine di un gorilla nelle lastre che 24 esperti radiologi dovevano esaminare alla ricerca di tumori dei polmoni. Nell’83 per cento dei casi i radiologi non si sono accorti del gorilla. E’ la prova che l’attenzione era tutta tesa alla diagnosi o un preoccupante indizio che molti tumori possono sfuggire al radiologo? I test del finto gorilla e dei radiologi indicano che esiste una cecità da visione selettiva. C’è anche una cecità da disattenzione. In un video una persona rientra in scena con un abito diverso: il 70 per cento degli spettatori non se ne accorge. In un altro video cambia addirittura la persona, che da bionda diventa bruna, e cambia il suo abbigliamento, la camicia gialla diventa azzurra: il 75 per cento degli studenti che parteciparono al test non se ne accorse.

L’attenzione è un meccanismo fondamentale del cervello. Dal punto di vista neurologico corrisponde a una sincronia detta “aggancio di fase” che si stabilisce nella corteccia prefrontale. Di solito consideriamo intelligenza e creatività doti superiori e indipendenti. Ma senza attenzione non esistono né intelligenza né creatività. L’aggancio di fase segna lo spartiacque tra genio e sregolatezza. Non c’è vero genio senza attenzione. Cioè intenzionalità. Come scrisse Galileo, “Non basta guardare, occorre guardare con occhi che vogliono vedere, che credono in quello che vedono”.

I tipi di intelligenza secondo Gardner
I tipi di intelligenza secondo Gardner

Per lo psicologo americano Howard Gardner, l’intelligenza è un poligono irregolare a sette lati. A ogni lato, più o meno lungo a seconda dei casi personali, corrisponde un tipo di abilità: abbiamo una intelligenza logico- matematica, una linguistica, spaziale, musicale, cinestetica, interpersonale e intrapersonale. Bene: tutte le forme di intelligenza comportano un’attitudine all’attenzione.
Concentrazione e selettività sono atteggiamenti complementari, ma la prima è rivolta all’interno della coscienza, la seconda all’esterno, per isolarne le componenti più significative. Persone geniali capaci di grande concentrazione interiore nell’affrontare un problema scientifico, nella vita manifestano sorprendenti distrazioni (Einstein usava un biglietto da mille dollari come segnalibro). La concentrazione richiede un processo selettivo, come quello che porta a contare i palleggi dei giocatori senza vedere l’orso che balla tra gli atleti.

Purtroppo oggi l’attenzione è in crisi. Internet, sms, social network, videogiochi, la perenne connessione e la globale contemporaneità del mondo sono fattori responsabili del deficit di attenzione che affligge tanti ragazzi e tanti adulti. Il giudizio però non è del tutto negativo: a parte la dipendenza dalla rete, che è patologia, la connettività produce sì distrazione personale, ma anche una maggiore attenzione collettiva verso grandi problemi politici, sociali, ecologici. Ciò non toglie che sia importante coltivare l’attenzione empatica in contrapposizione alla “cecità sistemica” che ci distoglie, ad esempio, dall’orrore delle guerre che i telegiornali ogni giorno ci presentano. Dovremmo considerare i “neuroni specchio” scoperti da Giacomo Rizzolatti come una ulteriore e più nobile forma di sguardo.

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