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Balle di Scienza – Perché la scienza ha bisogno di errori

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di Fernando Ferroni

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Fernando Ferroni

Se è vero, come scrive Jules Verne, che “la scienza è fatta di errori utili, che a poco a poco ci portano alla verità” non dovrebbe stupirci che la strada degli scienziati, anche dei più grandi, sia lastricata di sbagli e cantonate. In effetti chi per mestiere fa lo scienziato sa bene quanto una clamorosa cantonata possa assomigliare a un’intuizione geniale, prima di essere verificata. Il cuore del metodo galileiano è infatti la verifica sperimentale, che dà agli scienziati la straordinaria libertà di concedersi ipotesi quanto mai azzardate, ma con la consapevolezza di poterle verificare.

Nel nostro immaginario collettivo è rimasta però l’idea di una scienza che non può – e non deve – sbagliare. Vale la pena allora soffermarsi su alcuni grandi o piccoli errori del passato, per, come si dice, imparare dalla storia, come procede la conoscenza. Gli scienziati infatti sono uomini, intrisi come tutti, della cultura del loro tempo, di cui non sempre riescono a superare i pregiudizi più radicati. L’esempio forse più famoso è quello di Tolomeo che non potè concepire l’idea che la Terra non fosse al centro del sistema solare. Ed elaborò un modello matematico incredibilmente complicato per tenere assieme le osservazioni con un pregiudizio insuperabile per la sua epoca. Solo molti secoli dopo Copernico osò metterlo in discussione, in un contesto culturale però profondamente mutato.

Filosofi come Bacone e Occam avevano infatti portato l’attenzione sul valore nella ricerca scientifica del confronto delle proprie idee con la realtà e con i dati sperimentali. E Galileo avrebbe, di lì a poco, proclamato la matematica, come linguaggio universale della natura, indispensabile per descriverne, interpretarne e capirne i fenomeni.

Marte_Atlante_Giovanni_Schiaparelli_1888Non bisogna però pensare che la rivoluzione di Galileo mise gli scienziati al riparo da errori, che hanno continuato invece a proliferare come è inevitabile e salutare per la conoscenza. Alcuni dovuti all’inadeguatezza degli strumenti utilizzati, come i telescopi con cui Schiaparelli osservò Marte alla fine dell’800, che lo indussero a immaginare la presenza di canali realizzati da popoli marziani. Altri generati da assunti teorici sbagliati come quelli che portarono il grande Lord Kelvin a immaginare che i continenti e le catene montuose fossero i prodotti del raffreddamento progressivo della crosta terrestre in epoche troppo recenti.

E del resto anche al nostro Fermi e ai suoi ragazzi di via Panisperna capitò di affezionarsi così tanto al modello teorico che avevano in testa, da non accorgersi di una straordinaria scoperta che avevano realizzato: la fissione del nucleo atomico. La scambiarono invece per la produzione di nuovi elementi, che battezzarono in modo altrettanto infelice Esperio ed Ausonio. Se poi l’infatuazione degli scienziati per le proprie idee si piega alle lusinghe dei mass media e agli interessi di qualche multinazionale, gli errori possono diventare balle vere e proprie, più pericolose che utili. Accade spesso ai giorni nostri e un caso esemplare è quello di Jacques Benveniste e della sua memoria dell’acqua.