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Via della Povertà

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La novizia Intesa di Losanna con cui gli Stati Uniti e l’Iran hanno marcato i punti chiave della metamorfosi dell’impianto nucleare della potenza mediorientale verso un utilizzo unicamente civile, impossibilitando la produzione di uranio arricchito, ha già i tratti di un’impresa storica con cui si avvia una nuova possibile politica di distensione tra due stati che da anni si osservano con diffidenza e paura.

Ciò nonostante, vige un generale timore nell’impiego dell’atomica nel settore energetico a seguito di vicende che hanno indelebilmente segnato la memoria collettiva, quali gli incidenti di Chernobyl e Fukushima. Negli ultimi anni tuttavia, alcune voci si stanno levando a favore di un investimento in una fonte energetica che abbatterebbe l’emissione di CO2 e che diviene sempre più sicura, arrivando a detta degli studiosi e dei promotori delle centrali di quarta generazione a sottrare materiale impiegabile in uno sviluppo bellico e riducendo sensibilmente le scorie emesse.

Sebbene possa sembrare solo un’apologia autoreferenziale, bisogna notare che diverse nazioni si spingono verso un nuovo armamentario –  sviando il Tnp – di cui non sono chiare le dimensioni e la portata, mentre il disarmo è ostacolato da alcuni meccanismi di paura di un’insufficienza delle armi convenzionali, per cui la propria forza diventa un deterrente per l’utilizzo di un’altra. Tuttavia, persino prendendo in considerazione l’atomica come fonte di energia alternativa ai combustibili fossili, come avviene in ben 14 degli stati dell’UE, persiste il problema di come smantellare dei rifiuti la cui reale pericolosità a lungo termine non è davvero quantificabile.

Ma in un mondo globalizzato come quello in cui viviamo, il fabbisogno energico resta sempre uno dei nodi più delicati e intricati, poiché senza la possibilità di mobilitare la macchina statale dei trasporti e del commercio non si può che cadere in un nero baratro di nulla. Quale può essere un’alternativa a questa ineludibile necessità? Alcuni propongo forme di energia rinnovabili, altri invece puntano il dito su innovazioni che si stanno presentando come il biopetrolio, il quale verrebbe sintetizzato partendo da una specifica alga, che utilizzando l’anidride carbonica per la fotosintesi, arrecherebbe al netto al termine del processo, un aumento di gas serra nell’aria pari a zero, o ancora attraverso l’utilizzo dei rifiuti con il riciclaggio, la termovalorizzazione o l’ausilio di batteri che chimicamente li trasformino in energia – a tal riguardo, c’è ancora molta strada da fare.

Di fatti, lo smaltimento dei prodotti di scarto rimane ancora un punto irrisolto dell’enigma industriale su cui spesso si dibatte e che sembra aver trovato un nuovo punto di forza dopo la scoperta della digestione del poliuretano da parte della Pestalotiopsis microspora, un fungo amazzonico che potrebbe finalmente limitare la dispersione della plastica che accumulandosi ha creato nei golfi oceanici dei veri e propri continenti fluttuanti sotto il livello dell’acqua. Queste isole d’immondizia, una volta biodegradate, si fotodegradano diventano un enorme banchetto di materiale inorganico per questi pesci che scambiandolo per plancton se ne cibano, i quali poi diventano il pasto che arriva sui piatti di tutto il mondo.

È vorticoso e vertiginoso notare come ogni singolo evento sia legato all’altro in un susseguirci di concatenazioni ridondanti. L’ecosistema si mantiene per mezzo di sofisticati ed armonici cicli per cui le biomolecole restano a livello naturale a una certa concentrazione, mentre s’intende inquinamento qualsiasi agente che vada a minare questo delicato equilibrio alternando lo status quo vigente. Come sagacemente sobillato nel capolavoro dei fratelli Wachowski, l’uomo apparirebbe simile a un virus che sfruttando fino all’ultimo le fonti di un determinato sistema, sopravvive semplicemente spostandosi in un altro fertile.

Ma davvero è questo il destino dell’uomo? Dobbiamo per caso aspettarci l’arrivo di un altro Malthus il quale segnerà con una data più o meno precisione l’anno in cui non ci sarà più niente per nessuno? La tecnologia è da sempre stata il mezzo con cui l’uomo ha superato i propri limiti, anzi secondo Adler sarebbe stato proprio l’impiego di utensili e artefatti a compensare un deficit fisico di cui l’essere umano è caratterizzato e a permettere lo sviluppo della nostra civiltà. Eppure è ineccepibile il fatto che le condizioni di vita dalle rivoluzioni industriali siano fortemente migliore, con un boom demografico e una longevità della vita mai prima raggiunta. Tuttavia, l’intera concezione della salute occidentale è volta alla negazione del contrario e non all’affermazione del sé, ovvero di eliminazione della malattia e non di persistenza del benessere – in un sistema come quello dell’antica Cina, il medico veniva consultato e pagato infatti per tutto il tempo in cui il paziente era sano per mantenere tale stato, e non per debellare un malessere.

Uno studio pubblicato da Gallup mostra come i Paesi più felici al mondo (Paraguay, Ecuador, Guatemala, Honduras) sono tutti in via di sviluppo o in uno stato di fermento politico, mentre è ormai prossima l’uscita del terzo Rapporto sulla Felicità Mondiale dell’ONU (23 Aprile 2015) in cui si potrà finalmente definire se i paesi nord-europei che nell’edizione  precedente avevano svettato abbiano mantenuto il loro primato o, come suggeritoci, siano ormai spodestate. Cosa si può evincere da quest’analisi? Che non sempre uno sviluppo economico è accompagnato da uno morale, che non per forza un aumento del PIL è seguito da uno della contentezza. Ogni desiderio nasce da una mancanza e vivere in un castello d’Atlante in cui si rincorre il sogno di un futuro migliore senza considerare il domani di quel che ci è attorno, non è possibile. L’uomo sembra aver creato prima di tutto un muro, elevandosi a res cogitans e considerando di conseguenza la res extensa come mero campo da cui attingere il proprio sostentamento, come se non ne fosse radicato. Una visione così parziale s’oppone a quella olistica dell’Ipotesi Gaia, secondo cui Gea sarebbe un superorganismo in grado, col tempo, di eliminare i membri che non riescono ad integrarsi nel proprio habitat, che parlando dell’uomo, è il mondo stesso. Il che significherebbe che l’estinzione potrebbe essere un risultato spontaneo di un sistema in cui non siamo più ammessi, decretando il termine di una era, come lo fu per quella dei dinosauri. Ma come? Ironicamente, il suo ideatore, James Lovelock, è un illustre membro dell’APNN, l’Associazione ambientalisti per il nucleare. Potrebbe essere una risposta. Tornando al principio, non si tratta quindi di impoverire solo dell’Uranio, ma di pauperizzare il concetto stesso di ricchezza, tentando di cambiare le necessità individuali, le quali oltre mille speculazioni, restano uguali nei più elementari diritti. Come potremmo, crediamo forse che la fame in noi sia più grande del ventre? (cit.)

Nell’affrontare un tema complesso come quello dell’ecologia non si può non omettere qualcosa. Sarebbe stato interessante affrontare discorsi riguardanti la coscienza individuale di un Io collettivo, l’intrigante programma di decrescita che oramai da decenni viene presentato con diverse declinazioni dopo il conio da parte di Latouche, il risultato di una “dieta” globale che non sfrutta risorse prime ma le impiega per la produzione di prodotti raffinati – che siano hi-tech, cibo o qualsiasi frivolezza con cui piace abbellire il grigiore moderno – da buttare nella macina di un consumo trimalcionico, i trattati internazionali di politiche economiche e che secondo alcuni sono in colluttazione – come per esempio il Reach e il Tipp – nel voler preservare o la salute o i dogmi culturali, lo scioglimento dei ghiacciai, la nascita dei nuovi continenti di plastica, le spinte verso un futuro più verde. Ma non si può, in quanto non sempre una visione parziale e opaca di un semplice cittadino riesce a tessere i vari fili insieme. Mi sarebbe piaciuto soffermarmi sul ruolo che una sana educazione può avere nella formazione di uno sguardo più intraprendete e audace, come testimoniato da un fotografo che senza alcuna pretesa se non quella di vedere la propria “casa” – in greco “oikos”, da cui non a caso deriva ecologia –  come quella di un tempo, ha permesso attraverso l’Instituto Terra  la forestazione di 1754 acri di terra. Forse davvero il primo passo per uno sviluppo sostenibile è quello di spostare l’accento dalla crescita economica a quella esistenziale-individuale, in cui il motore primo di tutto il meccanismo è la libertà di cui il premio Nobel Sen Amartya nei suoi scritti tanto tratta. Magari dimenticandoci per un secondo del superfluo in cui galleggiamo, ci accorgeremmo che l’unica cosa che resterà ai nostri figli non saranno clausole firmate su un testamento, ma un mondo in cui tutti i destini si devono per forza incrociare, sperando che questo grande villaggio globale diventi un baluardo di solidarietà. Di fatti, “la città in cui i cittadini possono dire, a proposito dello stesso bene e nel medesimo senso, “questo è mio” e “questo non è mio”, non è forse la città meglio amministrata?” (Platone, La Repubblica)