Home Ambasciatori della Festa di Scienza e Filosofia Diseguaglianza economica: cause e possibili soluzioni

Diseguaglianza economica: cause e possibili soluzioni

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L’ipotesi che il divario tra ricchi e poveri sia in costante aumento è ormai verificata. Il professore in sociologia del lavoro Domenico di Masi ci spiega che, rispetto all’anno scorso, la ricchezza mondiale è cresciuta del circa 4% e la maggior parte di questa, derivata da lavoro di oltre 6 miliardi di persone, è stata usurpata da sole 1200 persone. Ciò indica e anzi sottolinea la mal distribuzione della ricchezza mondiale. Il divario è sempre più accentuato, ma il fenomeno dilaga anche nei paesi avanzati, come purtroppo in Italia. Secondo l’OCSE da metà degli anni ’80 fino al 2008, la disuguaglianza economica è cresciuta del 33% (dato più alto fra i paesi avanzati, la cui media è del 12%), al punto che oggi l’1% delle persone più ricche detiene più di quanto posseduto dal 60% della popolazione (36,6 milioni di persone); mentre dal 2008 a oggi, ovvero in seguito ad un decennio di crisi, gli italiani che versano in povertà assoluta sono quasi raddoppiati fino ad arrivare a oltre 6 milioni, rappresentando quasi il 10% dell’intera popolazione. Da questi dati si può fermamente denotare come la crisi aumenti le disuguaglianze, in un mondo in cui troppe persone si impoveriscono e troppe poche si arricchiscono.
La domanda che ci si pone a questo punto è: come si potrebbe invertire questa tendenza, sia a livello del singolo cittadino che a livello statale?

Per quanto riguarda la definizione di “povertà assoluta” si può trovare un esempio nel libro “La decrescita felice” scritto da Maurizio Pallante, fondatore e presidente del Movimento per la Decrescita Felice. Nel terzo capitolo, intitolato Povertà e Ricchezza, vengono descritte due differenti definizioni di povertà. “Nella società opulente la povertà è . Nei paesi «sottosviluppati» è assoluta. Nelle società opulente viene considerato povero (povertà relativa) chi ha un reddito inferiore alla metà del reddito medio, cioè chi non può acquistare almeno la metà delle cose che vengono mediamente acquistate dai suoi connazionali. […] Nelle società «sottosviluppate» è considerato povero (povertà assoluta) chi ha un reddito inferiore a 1 dollaro al giorno, ma una interpretazione più estensiva ritiene che possa essere considerato tale anche chi ha un reddito giornaliero tra 1 e 2 dollari. Questi parametri sono comunemente accettati dagli istituti di ricerca economica e sociale, dai partiti, dai mass media, dalle associazioni di volontariato; vengono ritenuti cioè un luogo comune.”


Nonostante questa situazione presente ormai a livello mondiale sia moralmente scorretta e ingiusta, c’è da dire che il divario tra persone di diverse classi sociali è sempre esistito e un mondo denominato perfetto, nel quale le disuguaglianze economico-finanziarie e sociali e la crisi non sono concepite, rappresenta indubbiamente un’utopia. La decrescita non è recessione e dunque un fatto negativo, al contrario è necessaria e fondamentale. Si rivela più importante infatti conseguire il benessere piuttosto che la ricchezza economica, in quanto decrescita significa preferire la qualità alla quantità e rinunciare a un’economia finalizzata esclusivamente alla crescita, dando spazio ad alternative concrete ed efficaci basate su nuovi aspetti, come sostenibilità e solidarietà. Dal 2007 il movimento di Pallante ha l’obiettivo di dare corpo e attuare questa visione del mondo, ovvero ripensare la società e l’economia con un approccio pratico e operativo.

A questo punto una possibile via d’uscita a questo problema va ricercata altrove. Prima di tutto sarebbe necessario abbandonare la convinzione che il benessere delle persone aumenti di pari passo con il Prodotto Interno Lordo del paese, quindi con una crescita costante e compulsiva. Mentre un’altra ipotetica soluzione potrebbe rivelarsi quella del passaggio dalla produzione per il mercato all’autoproduzione per autoconsumo, che renderebbe possibile l’arricchimento di una parte di popolazione attualmente in condizioni di povertà. L’OCSE invece raccomanda di agire sull’occupazione, ovvero la migliore maniera per ridurre le disparità. Creare quindi posti di lavoro qualitativamente e quantitativamente migliori, che permettano di sfuggire alla povertà. Agire inoltre sulle politiche di riforma previdenziale e fiscale, gli strumenti più diretti per operare su questo tipo di situazioni; o ancora, che le persone che hanno un reddito più elevato e di conseguenza una capacità contributiva maggiore, paghino di più a livello fiscale, permettendo una redistribuzione del reddito.

Lara Scuttari