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DIVARIO TRA RICCHI E POVERI

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Nel mondo la ricchezza è distribuita in modo ineguale: da una parte le nazioni evolute e ricche con un benessere ed un tenore di vita costantemente alti, dall’altra parte i paesi sottosviluppati, poveri e privi di risorse, alla disperata ricerca dell’alimentazione minima. L’1% più ricco della popolazione mondiale continua a possedere quanto il restante 99% e quindi sono sempre più crescenti le disuguaglianze socio-economiche. Nel mondo di oggi il sistema economico dominante è quello Occidentale, di tipo capitalistico. L’Oxfam (Oxford commiste for Famine Relief), un movimento globale di persone che vogliono eliminare l’ingiustizia della povertà, afferma che un lavoro ben retribuito e tutele solide per i lavoratori sono indispensabili per garantire società in cui i benefici economici siano suddivisi più equamente tra i cittadini. Ma l’attuale sistema economico offre ben altro: lavori pericolosi, sotto-retribuiti e precari e un sistematico abuso dei diritti di chi lavora. Fino a quando per il sistema economico la remunerazione della ricchezza di pochi sarà un obiettivo predominante rispetto alla garanzia di un lavoro dignitoso per tutti, non sarà possibile arrestare la crisi della disuguaglianza.

Posti di lavoro equamente retribuiti dovrebbero rappresentare l’obiettivo principale di un sistema economico ben funzionante. Quando i lavoratori percepiscono una retribuzione non adeguata, la domanda interna per beni e servizi cala con effetti negativi sulla  crescita economica: bassi salari portano alla miseria sempre più persone e ciò ha sicuramente contribuito alla crisi economica del 2008.

Preoccupanti sono anche i divari salariali in molti Paesi. Nella maggior parte dei paesi industrializzati occidentali i manager percepiscono 130 volte lo stipendio del dipendente medio.
Secondo Oxfam si può certamente pensare a porre fine alla disuguaglianza attraverso

  • Proteggere i diritti dei lavoratori specialmente delle categorie più vulnerabili: lavoratori domestici, migranti e del settore informale, in particolare garantendo loro    il diritto di associazione sindacale;
  • Assicurare che i ricchi e le grandi corporation paghino la giusta quota di tasse, attraverso una maggiore progressività fiscale e misure solide di contrasto all’evasione ed elusione fiscale.

Politiche distributive quali:

  • Aumentare la spesa pubblica per servizi come sanità, istruzione e sicurezza sociale a favore delle fasce più vulnerabili della popolazione;
  • Utilizzare le tecnologie dell’informazione sulle economie più povere del mondo, favorendo in questo modo l’integrazione dei poveri nel processo di globalizzazione       allargando la loro quota di mercato. Infatti:

le nuove tecnologie possono aiutare i poveri a mettersi in proprio        aprendo la via alle loro energie e alla loro produttività;

le nuove tecnologie possono mettere a disposizione dei poveri nel modo più semplice e diretto l’accesso all’istruzione, alla conoscenza e alla formazione professionale

Viene da porsi tre domande:

  • I Paesi sottosviluppati sono in grado di uscirne con le loro forze?
  • Vogliamo davvero che il Terzo Mondo esca da questa situazione?
  • C’è qualcosa di sbagliato nel sistema al giorno d’oggi?

E’ chiaro che i paesi poveri non hanno la possibilità di risollevarsi con le loro sole forze, per una concorrenza di cause che non sono nemmeno troppo difficili da spiegare: le risorse naturali sono in mano a grandi aziende dei paesi più sviluppati, il debito ha proporzioni enormi e per pagarne gli interessi devono ricorrere ad altri finanziamenti e inoltre le profonde divisioni culturali, retaggio del colonialismo europeo degli inizi del secolo, spingono molto spesso questi paesi a scendere in guerra l’uno contro l’altro con il conseguente impoverimento della popolazione. Per quanto concerne la seconda domanda la risposta è ambigua. A parole tutti i paesi industrializzati sono concordi nel sostenere la necessità di un miglioramento delle condizioni del Terzo Mondo.

Nicole Ianeselli