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La ricchezza nel mondo

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Nell’ultimo anno la ricchezza nel mondo è aumentata del 4% rispetto all’anno precedente, ma l’80% di essa è detenuta da 1200 persone. È un dato allarmante che dimostra quanto la distanza tra ricchi e poveri stia aumentando. Difatti è stato riscontrato che l’1% più ricco del mondo possiede la stessa ricchezza del restante 99%! Ed inoltre è l’unico a beneficiare di tale ricchezza.

 

La differenza economica vi è sempre stata nel mondo ed essa in alcuni casi può indicare la presenza di certe persone che con le loro capacità sono riuscite a sfruttare al massimo le risorse che possedevano per farle “fruttare”.

Ma in molti casi questi eccessivi guadagni da parte dei “super-ricchi”dipendono da patrimoni ereditati che li pongono in netto vantaggio nel gioco della competizione economica ed è per questo che non sempre il successo economico è sinonimo di merito d’impresa. Inoltre, per quanto la disuguaglianza economica ci possa indicare la presenza di persone capaci e meritevoli, quando essa diventa eccessiva e con caratteri di “casta” (redistribuzione della ricchezza all’1%), ci indica sempre uno squilibrio socio-economico che non deve essere sottovalutato.

Data quest’enorme forbice tra ricchi e poveri, vengono spontanee delle domande sulla sua origine, ma è molto importante che si provi a trovare delle soluzioni alle problematiche che rivela tale disparità. Io vorrei provare a farlo, ma prima di tutto, come ho già detto e come è più logico fare, si deve andare a ricercarne la cause. Prima di tutto questa disuguaglianza economica si sta aggravando da qualche decennio ed è causata certo dalla diversa capacità della popolazione di accedere alle risorse, ma anche dal comportamento che attuano gli Stati nei confronti del commercio e delle aziende. Infatti dalla fine del ‘900, dopo la caduta del muro di Berlino, si è presentata a ogni Stato la possibilità di partecipare ad un commercio più ampio, grazie alla formazione di un grande mercato economico mondiale, generatosi dalla caduta dei due blocchi. Sotto imposizione del WTO (mercato economico mondiale) sono state privatizzate aziende di Stato e si sono venute a formare molte più aziende che concorrevano fra di loro. Ma la cosa più importante è che molte aziende pian piano hanno incominciato ad espandersi, inglobandone altre minori ed eliminando la concorrenza, in più settori: dal vestiario all’alimentare, dal chimico-farmaceutico ai prodotti domestici, ecc…

Le multinazionali hanno sfruttato ancora di più la globalizzazione fino ad attuare la delocalizzazione di alcune loro parti in Paesi dove, essendoci meno tutele per i lavoratori e meno tasse, sono riuscite ad incrementare i loro capitali. In parole semplici tali aziende attuano la produzione dei loro beni in un Paese a bassa tutela dei diritti del lavoratore, la vendita in un altro con enormi vantaggi fiscali e l’amministrazione, di solito, nel Paese d’origine. Così facendo, si abbattono i costi di produzione per ottenere il massimo guadagno. Ma in questo modo sono stati sfavoriti anche i lavoratori che inizialmente operavano in queste aziende nei Paesi d’origine, poiché potevano essere spostati nelle sedi delocalizzate. Così facendo le tutele ed i diritti ottenuti negli anni ’60 e ’70 si stanno man mano sgretolando perché sembra che gli Stati stiano adeguando le loro leggi a quelle di mercato, perdendo il loro ruolo di garante dei diritti acquisiti e facendo sì che non ci siano più certezze per i cittadini, che dovrebbero ambire al raggiungimento della felicità. Dunque, rischiamo pian piano di tornare ad essere sudditi indiretti dei più ricchi alla stregua di quello che avveniva fino all’avvento dello Stato democratico.

Quindi lo Stato deve tornare a svolgere il suo compito di regolamentatore e controllore delle aziende di modo che non attuino tali comportamenti che sfavoriscono i lavoratori. Mentre il singolo individuo – ciò che ognuno di noi dovrebbe fare – deve richiedere da parte dello Stato una maggiore attenzione all’istruzione scolastica, dato che altre “agenzie educative” (esempio la televisione) stanno prendendo il suo posto, a causa di una costante opera di screditamento da parte delle istituzioni e degli inadeguati finanziamenti stanziati. Cosi i ragazzi, sicuramente più scolarizzati rispetto alle persone analfabete di un tempo o di alcuni Paesi in via di sviluppo, sembrano assuefatti alla scuola, che non rappresenta più strumento di riscatto, ma tempo da subire e superare con rassegnazione. Preferiscono non farsi domande, “ammaestrarsi” per compiacere. Ma se i futuri uomini di domani crescono in questo modo saranno molto manovrabili e controllabili. Perciò ognuno di noi si deve impegnare anche nel diventare consapevole di tale situazione e nel cercare quotidianamente di rompere i fili che vorrebbero controllarci come burattini.

Paolo Fiorucci