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La vecchia Italia

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Con la fine della Seconda guerra Mondiale, l’Italia ha conosciuto profondi cambiamenti economici, che nei decenni a seguire l’hanno resa una delle maggiori potenze economiche.
A partire dagli anni 2000, si è verificato un periodo di sostanziale stagnazione, con un rilevamento dell’incremento pressoché nullo. Il Paese entra poi in un periodo di regressione negli anni tra il 2012 e il 2014, con una forte diminuzione del PIL (Prodotto Interno Lordo). A partire dalla fine del annata 2014, si può constatare una piccola ripresa dell’economia italiana, con un incremento dello stesso PIL che, stando agli ultimi dati forniti, negli ultimi mesi del 2017 e nell’inizio di questo 2018 è
cresciuto del 1,5%. Una preoccupante conseguenza di questa vera e propria “crisi economica” che ha colpito la nazione in quest’ultimo decennio è la diminuzione percentuale dell’occupazione e la ricchezza giovanile in relazione a quella della forza lavoro totale.

Analizzando il grafico riportato, che analizza il tasso di disoccupazione in rapporto ai diversi periodi, si può notare che sia nel caso dei giovani sia in quello della forza lavoro totale i tassi minimi gli si è avuti intorno agli anni 2007-2008. Stessa cosa vale per i tassi di disoccupazione massimi, infatti i due picchi massimi sono stati registrati nel 2014, anno in cui la crisi ha iniziato ad avvertirsi e cambiare la vita di molti cittadini italiani.

Come leggiamo e sentiamo ogni giorno su giornali e telegiornali, una delle maggiori cause della crisi nel nostro Paese è la già citata bassa occupazione giovanile; queste ristrette possibilità di lavoro inducono molti dei nostri giovani a cercare nuove occasioni e posti di lavoro all’estero, in cui la situazione economica risulta migliore della nostra. Questa forte “migrazione” verso Paesi esteri fa sì che l’Italia sia un’economia in cui l’età media della forza lavoro è molto più alta rispetto agli altri Paesi europei.
Quest’età media piuttosto alta fa si che la ricchezza in Italia sia distribuita sproporzionalmente tra i cittadini, infatti è molto minore il numero di anziani che vivono precariamente confrontandolo con quello di giovani.

Concludendo si può affermare che l’Italia sia un paese di anziani i quali tendono a favorire se stessi piuttosto che le nuove generazioni.

Endrit Tasholli