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Da Marte ai cambiamenti climatici: intervista a tutto tondo al fisico Asi Enrico Flamini

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Enrico Flamini, fisico e ricercatore dell’Agenzia Spaziale Italiana. Professore a contratto del corso di “Solar System Exploration” presso il Dipartimento di Geologia ed Ingegneria dell’Università di Chieti-Pescara e rappresentante italiano in molti board internazionali di scienza ed esplorazione tra cui lo Science Programma Committee e Earth Observation Program Board dell’ESA. Nel 2001 ha ricevuto la Medaglia d’oro della NASA per “Exceptional Public Service”. Nel 2016 è stato insignito dell’onorificenza di Officier de l’Ordre du Merit della Repubblica Francese. La IAU ha dato il suo nome all’asteroide 18099-Flamini.

Nella sua conferenza ha trattato l’argomento dell’acqua su Marte, quali sono le possibilità di sfruttare (in futuro) le risorse su altri pianeti?

Pensare di trasportare risorse provenienti da altri pianeti sulla Terra non è molto elevata come possibilità. Sfruttare le risorse di un pianeta come Marte per colonie permanenti umane, per eventualmente portare indietro materiali di alto valore, mi riferisco per esempio a minerali che possono essere sfruttati sulla Terra, questo può essere fattibile e realisticamente concreto se pensiamo addirittura più che a Marte agli asteroidi che sono una grande risorsa di minerali preziosi.

Secondo lei il mining sugli asteroidi, o una futura colonizzazione su Marte, è legato quasi esclusivamente all’acquisizione di materiali?

Marte può avere un senso proprio perché è un pianeta abbastanza grande per poter fornire spazi a molte persone, è un pianeta con delle potenzialità tali per cui una colonia umana può essere del tutto indipendente. Il Terraforming, che andava molto di moda negli anni Ottanta, non è dal mio punto di vista molto credibile perché la protezione dal campo magnetico (che su Marte non c’è) e dai venti solari ne rende impossibile la costruzione. Quindi sarà sempre un modo di vivere non facilissimo, ma sarà comunque possibile creare delle città, utilizzando grotte sotterranee anche molto grandi o cupole dove si possono ricreare, in zona limitata ma non piccola comunque, delle condizioni di abitabilità dove si potrà vivere tranquillamente senza troppe protezioni individuali. Sicuramente queste caratteristiche consentiranno di avere colonie di numerose persone, se le risorse, come ci si può aspettare da un pianeta di questo tipo, saranno tali per cui il tutto sia economicamente sostenibile. Sognando verso il futuro, nella speranza che si riescano a sviluppare metodi di propulsione e di viaggi spaziali più veloci di quelli attuali, si potrà pensare di andare molto più lontano e una volta che l’uomo riuscirà anche lui a viaggiare in ogni luogo, come è successo per i robot che negli ultimi cinquant’anni sono stati inviati ovunque, si potrà pensare di espandere la colonizzazione umana al di là del nostro attuale sistema solare.

In questi anni l’esplorazione spaziale non ha mai smesso di evolversi addirittura coinvolgendo realtà private (Elon Musk) che si stanno dimostrando all’altezza della missione. Pensa che unire tutte le forze (NASA, ESA, ASI) per un fine comune sia possibile?

È necessario. In campo spaziale la collaborazione per missioni grandi e complesse è cominciata già quarant’anni fa e non è mai stata un ostacolo almeno per le grandi missioni scientifiche come la missione Cassini nella quale NASA, ASI ed ESA si sono unite mettendo il meglio delle tecnologie a disposizione per realizzare la missione di più grande successo che sia mai stata in campo mondiale. Stessa cosa per la Stazione Spaziale Internazionale che ha unito il blocco russo, con gli americani, i canadesi, i giapponesi e gli europei. La collaborazione è possibile e nella missione per la colonizzazione di Marte credo che sia fondamentale, ognuna delle grandi nazioni ha abbastanza tecnologie per poterne realizzare una parte ma non ha sufficienti capacità economiche per poterle mettere in campo da sole. Il ruolo dei privati sarà anch’esso fondamentale, Elon Musk ha una quantità di soldi paragonabile ad una piccola nazione, è un sognatore, sta investendo moltissimo su questo aspetto ed è un fattore importante perché si può assumere dei rischi che le agenzie spaziali finanziate dai governi non si possono permettere. Un privato sicuramente può rischiare molto di più. Il rischio porta a semplificazioni progettuali (e anche di tempistiche) che alla lunga possono essere vincenti. Lo spazio fatto da agenzie pubbliche è di per sé uno spazio intrinsecamente più sicuro ma con tempi e complessità decisamente maggiori.

“Marte è lì, in attesa di essere raggiunto” (Buzz Aldrin)

Mi trovo molto d’accordo con Buzz Aldrin. Ovviamente lui si riferiva all’uomo perché per quanto riguarda le macchine, ci abbiamo già inviato di tutto. Nonostante Aldrin fosse della generazione di Wernher von Braun (che aveva un’idea non tanto distante da quella di Elon Musk per quanto riguarda Marte), era troppo prematuro per i tempi. Oggi siamo molti più vicini a Marte ed abbiamo anche aspettato troppo per andarci. Forse si sarebbero potuti utilizzare meglio i fondi cercando di focalizzare di più gli sforzi ma nonostante questo, salvo grandi crisi mondiali per cui andremo a sprecare soldi per una guerra invece che per fare del bene all’umanità, è chiaro che nei prossimi 10-15 anni l’uomo arriverà su Marte senza grandi problemi tecnici.

Qual è il suo ricordo a cinquant’anni dall’allunaggio di quel luglio del 1969?

Era una notte strana, bellissima, passata ininterrottamente incollati alla televisione, una scatola con tubo catodico che trasmetteva delle immagini in bianco e nero. È stata la scintilla che mi ha fatto appassionare a questo mondo, probabilmente in quella notte ho capito che volevo lavorare in questo ambito. In quel 1969 c’è stata la consapevolezza che la tecnologia poteva far realizzare delle imprese incredibili e che il corpo doveva in qualche maniera seguirla in tutto per tutto.

Una sua riflessione sull’attuale momento di “anti scientificità” che attraversa la nostra era, dai No vax fino ai terrapiattisti. Nell’era dell’informatizzazione sembra quasi che siamo tornati indietro. 

È vero, ma è altrettanto vero che è proprio la comunicazione di massa, facile e accessibile a tutti, che dà voce a minoranze infinitesimali. Lo scetticismo per quanto riguarda la scienza non è proprio una novità, che ci siano delle minoranze che non vogliono capire è quasi normale, ma la grande differenza con il passato è che in passato persone di questo tipo non avevano modo di comunicare tra loro. Gli intelligenti (chi ha creato internet e le tecnologie) hanno messo in mano agli idioti il modo di fare più rumore di quanto effettivamente il loro numero non faccia perché si tratta veramente di un rumore elevato per una piccola massa. Il termine corretto per questa situazione è ossimoro perché la tecnologia si è sviluppata troppo velocemente rispetto alla maturazione dell’uomo e quindi ha dato modo ai non tecnologici di farsi pubblicità più di quanto possano meritare.

Parliamo in conclusione di clima, realisticamente siamo proprio ad un punto di non ritorno?

Siamo in una situazione che difficilmente potremmo risolvere in poco tempo e se non faremo dei cambi di rotta probabilmente andremo sempre peggio. Questo è il tempo per fare questo cambio repentino, non è detto che vedremo gli effetti domani ma li vedremo con tutta probabilità dopodoman. Il sistema Terra è un sistema molto grande con una grossa inerzia però abbiamo visto che eliminando i CFC (Clorofluorocarburi) il buco dell’ozono si è ridotto in maniera rapida e in pochi anni. Ci sono quindi delle situazioni che provocano causa-effetto che possono essere modificate e che possono avere il loro ritorno. Il problema reale è sette miliardi di persone oggi, quattordici domani, ventuno dopodoman. La superficie della Terra è molta, ma non infinita. Il nostro modo di sviluppo è un modo che produce molto materiale di scarto, produciamo troppi rifiuti rispetto a quanto utilizziamo: questo è il grande male della nostra modernità. Comunque, è un passo che va necessariamente fatto ma probabilmente vedremo gli effetti non in tempi brevissimi e forse si dovrà fare un’ analisi dell’effetto a livello globale del sistema Terra. È un problema di tutti e non solo delle grandi potenze Cina, Stati Uniti e Europa.

Alessio Vissani per “Chiaroscuro”