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UN’EMIGRAZIONE CULTURALE, LA FUGA DI CERVELLI

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Ai giorni d’oggi sentiamo molto parlare di fuga di cervelli, ma che cos’è?
L’espressione “fuga dei cervelli” indica l’emigrazione verso Paesi stranieri di
persone di talento o alta specializzazione professionale.
Il fenomeno è generalmente visto con preoccupazione perché rischia di rallentare il
progresso culturale, tecnologico ed economico dei Paesi dai quali avviene la
fuga, fino a rendere difficile lo stesso ricambio dei docenti e della classe dirigente.
Perché succede tutto questo?
Tutto ciò succede, soprattutto in Italia, a causa della mancanza di sbocchi
lavorativi che vanno a valorizzare il percorso di studio intrapreso.
Menti brillanti come: scienziati, ricercatori, dottori, ingegneri… per trovare un impiego migliore o magari ben retribuito, devono espatriare a scapito della rinnovazione
generazionale del Paese “abbandonato”.
Un fattore, che accomuna questo particolare flusso migratorio all’estero, è l’esigenza di vivere dove merito e competenze sono valorizzate, dove non esistono raccomandazioni. Lo stato di benessere sociale e lavorativo raggiunto negli altri paesi è infatti giudicato molto soddisfacente.
Naturalmente coloro che vogliono cercare lavoro all’estero devono avere una buona padronanza della lingua inglese, poi con il tempo cercare di imparare la lingua dello stato in cui si cerca lavoro.
I dati statistici dell’Eurostat indicano che gli italiani nel 2017 presenti in altri
paesi della Unione Europea erano 2 milioni e 349 mila (terzi dopo Romania e
Polonia, quasi il doppio degli emigrati Francesi o Tedeschi).
Il 30,9% di questi sono laureati in Italia, non è una percentuale bassa, soprattutto rispetto al numero di italiani in patria con un titolo universitario.
Il fatto preoccupante è che si spendono quasi 69 miliardi di euro per istruire i giovani.
Ma dopo la laurea, buona parte di questi ultimi decide di emigrare all’estero, infatti negli ultimi cinque anni, dicono i dati, sono oltre 244 mila i giovani over 25 che hanno
lasciato il paese, di cui il 64% con titolo di studio medio-alto.
La speranza è quella che si riesca a diminuire il più possibile questa tendenza, cercando di migliorare gli ambienti lavorativi Italiani.

Simone Paoletti