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Un tributo alla fisica dei buchi neri

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Dopo l’assegnazione del premio Nobel per la Fisica 2020, Media Inaf ha chiamato Luciano Rezzolla, astrofisico della Goethe University di Francoforte che ha firmato la foto del secolo, per avere le sue impressioni a caldo. Ancora una volta, dice Rezzolla, l’astrofisica è al centro della fisica moderna e dei risultati più interessanti che si sono ottenuti negli ultimi anni

Scritto da , il 06/10/2020

Oggi abbiamo assistito all’assegnazione del premio Nobel per la Fisica 2020 a Roger Penrose – per la scoperta che la formazione dei buchi neri è una previsione robusta della relatività generale – e a Reinhard Genzel e Andrea Ghez – per la scoperta di un oggetto supermassiccio compatto al centro della nostra galassia. Questa giornata si chiude quindi con la consapevolezza che il riconoscimento più prestigioso al mondo è stato interamente dedicato all’astrofisica e a quegli oggetti tanto affascinanti quanto spaventosi che sono i buchi neri.

Media Inaf ha intervistato Luciano Rezzolla, astrofisico della Goethe University di Francoforte e principal investigator di BlackHoleCam, il progetto che ha firmato la foto del secolo: la prima immagine di un buco nero. Da bravissimo divulgatore scientifico quale è, Rezzolla ci ha accompagnato in questi anni commentando le recenti scoperte sui buchi neri, di cui lui stesso è spesso autore. Alzare la cornetta del telefono per chiamarlo, subito dopo l’annuncio, è stato quasi automatico, per avere direttamente dalla sua voce un commento a caldo sulla proclamazione.

Cosa ne pensa dell’assegnazione dei Nobel per la Fisica 2020?

«È stata una notizia fantastica. Ancora una volta l’astrofisica è al centro della fisica moderna e dei risultati più interessanti che si sono ottenuti negli ultimi anni. È veramente un Rinascimento. In particolare, un Rinascimento di questi oggetti così strani che noi astrofisici siamo gli unici a poter osservare. Perché i buchi neri non puoi guardarli negli acceleratori, non puoi guardarli nei laboratori normali, li puoi guardare solo in cielo. È un tributo, oltre che alla fisica dei buchi neri, all’astrofisica».

Se lo aspettava?

«C’erano delle voci che circolavano, che il Nobel sarebbe andato a qualcuno nell’ambito dei buchi neri. Quindi sì, mi aspettavo qualcosa sui buchi neri. Non necessariamente questi nomi, sebbene tutti e tre meritino ampiamente il riconoscimento. È interessante notare che per Genzel e Ghez non si parla di buchi neri ma di oggetti supermassicci compatti. Questo perché in effetti le loro osservazioni non consentono di avere una risoluzione a livello dell’orizzonte degli eventi, come abbiamo fatto noi con Event Horizon Telescope. Però è sempre lo stesso tipo di idea: utilizzare osservazioni astrofisiche per capire che cosa sono questi oggetti al centro delle galassie».

Quindi noi, che oggi su Media Inaf abbiamo parlato di scoperta del buco nero supermassiccio al centro della Via Lattea, abbiamo sbagliato?

«Decisamente [ndr: per fortuna Rezzolla lo dice sorridendo…]. Le motivazioni del comitato Nobel sono caute e fanno riferimento alla scoperta di un oggetto compatto supermassiccio al centro della nostra galassia (“for the discovery of a supermassive compact object at the centre of our galaxy”). Senza togliere nulla a nessuno, le uniche osservazioni astronomiche su una scala confrontabile con quelle dell’orizzonte degli eventi di un buco nero sono quelle prodotte da Eht un anno fa circa».

Ma è lui, vero? L’oggetto compatto è il buco nero supermassiccio…

«Dipende dalla scuola di pensiero. Possono esserci tante cose che darebbero comportamenti simili. Ci sono persone che, anche a fronte dei nostri risultati, invocano spiegazioni alternative. Quindi la loro scoperta è compatibile con l’idea di un buco nero supermassiccio. È la spiegazione più naturale. Però le loro sono osservazioni su scale molto più grandi dell’orizzonte degli eventi: stiamo parlando di 10-100 raggi di Schwarzschild. E infatti loro stati cauti per questa ragione, e non hanno parlato di buco nero supermassiccio».

Ricordo che ci ha raccontato che il suo team sta lavorando all’immagine di Sagittarius A*, il buco nero supermassiccio al centro della nostra galassia, appunto. Come sta andando?

«Stiamo andando avanti. Speriamo di riuscire a uscire con i nostri risultati per la fine dell’anno. Saranno interessanti e molto diversi da quelli presentati finora, perché il concetto di un’immagine statica dev’essere necessariamente rivisto. Adesso però non posso dire altro».

E noi aspetteremo… impazienti di alzare nuovamente la cornetta del telefono.

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